giovedì 9 novembre 2023

QUESTIONE DI ESERCIZIO DI STILE


dal sito di Fondazione Umberto Veronesi


Avevo scritto un post su una carota poi, vigliacco, l'ho tolto. Avevo paura che quella carota mi arrivasse nel ----, perché non si sa mai, come gira il mondo adesso. Se mettono in pratica le parole della locuzione latina che parlava dell'1 a 1000, poi attribuita anche a Mao, la carota potrebbe arrivarmi... lì.

Allora farò un post sul soffritto o sul brodo dove la carota ci va ma è decisamente meno pericolosa. Nel brodo va intera, ma alla fine risulta molle; (notare che ho usato il punto e virgola!) nel soffritto va sminuzzata quindi se ne può parlare senza pericolo. A meno che non si sia sviluppata una intolleranza, o peggio un'allergia all'erbacea in oggetto. Le erbacee son tremende. Tremendissime. E se ti va di traverso, attento che ci muori, come minimo.

A me la carota piace in cucina, come contorno, a rondelle, cotta in padella nel burro e un po' d'olio, poi spolverata con l'aneto, ma a me l'aneto piace anche nelle polpette quindi non faccio testo. Nella crema dolce, no. Non ho fornitori abituali né di aneto né di carote, la compero in vaschetta al supermercato perché nell'orto del mio amico le carote non sono state piantate, ma l'aneto sì.

Un altro mio amico ha un portachiavi a forma di carota, in peluche, che mi pare esagerato e poco pratico, ma lui dice che così le chiavi non le perde e allora come dargli torto? Dice che l'unica difficoltà è mettere le chiavi nella tasca dei jeans e lo comprendo, per questo va sempre in giro con lo zainetto. Quindi posso dire che il mio amico ha lo zaino pieno di carote, mentre Fallaci aveva un cappello pieno di ciliegie. E le bananiere le stive piene di banane. Continuate voi, che siete pochi e quindi finite subito.

Poi di verdura mi piace il cavolfiore che lo so che tutti lo schifano (poverino) per la puzza che fa cuocendolo. Alcuni dicono di aggiungere l'aceto, ma io sono un puro e voglio che casa mia puzzi di Unione Sovietica. Il cavolo è come l'aneto, lo metterei dappertutto. E poi è così bello da vedere, sembra una verruca. Le verruche non sono belle ma il cavolfiore sì. Quello il mio babbo lo coltivava e ci capitava spesso di averlo in tavola. Come le spinaci che tagliava dal suo orto: mai più sentite spinaci come quelle lì, che ti allappavano la lingua da quanto ferro avevano. Anche da bambino ero controcorrente e impazzivo per le spinaci, che come tutte le cose verdi i bambini "normali" (virgolettato) le schifano.

Ma torniamo alle carote nel brodo: io le passo col pelapatate perché qui a Milano non ho la spugnetta in cocco per pulirle, poi finiscono nell'acqua  fredda insieme a resto, porto a ebollizione e buonanotte suonatori.

Per il soffritto vanno sminuzzate: fatelo col coltello e con attenzione, che la macchinetta per quanto ce le giri e spendi un chilowatt non le sminuzza mai abbastanza. E se fate un soffritto serio non usate la cipolla bianca: è loffia.

Fine dei consigli alimentari.

Per i consigli di conservazione: le carote tenetele in frigo, non c'è bisogno di pisciarle come il cane.






martedì 7 marzo 2023

LA SORPRESA DELLA PIOGGIA



fotomiafattadame



È una curiosa sensazione. Una sorpresa che, come tutte le sorprese, risulta inattesa, che stupisce proprio perché sorprende.

Come vedere un quadro che si è amato sui libri e scoprire che è bello davvero.

È un fatto banale, che poi banale non è, ma che il caso?, la mano funesta dell'uomo?, la prevista desertificazione della Pianura Padana?, ha reso qui un evento raro e insoddisfacente.

È la pioggia il fatto, la pioggia che stamani, dal finestrino del treno, mi ha sorpreso a Firenze e mi ha fatto pensare: «Oddio, piove!».

La pioggia e il colore del cielo piovoso al mattino che non vedevo da mesi. Mesi.

E quanto stupore, quanta infinita tristezza nell'accorgersi che quello che un tempo era (per certi versi, quelli pratici) addirittura fastidioso, adesso è un evento raro. Augurabile. Ora che vivo a Milano la pioggia è così sporadica che non ci si porta dietro neppure un ombrello; nei giorni dal cielo così così si va, tanto anche se piove piove così poco che basta un cappuccio a ripararti. Nessun diluvio, nessun rientro a casa coi piedi bagnati, i pantaloni inzuppati, la messa in piega distrutta. Abbiamo disimparato le imprecazioni relative, impoverendo il nostro vocabolario.

Abbiamo imparato a definire bel tempo solo le giornate col sole, senza pensare che in questo preciso momento il vero bel tempo a Milano sarebbero una serie prolungata di giorni di pioggia, almeno una cinquantina dicono gli esperti, magari non consecutivi, per evitare che da uno stadio di siccità si passi a uno di alluvione, che da uno di serenità ad avere tendenze suicide.

E comunque non ero qui a parlare di quanto la pioggia mi piacerebbe programmata e a piacimento, senza bombe d'acqua, alluvioni e disastri: a chi non piacerebbe così?

Sono qui a raccontare della sorpresa che ho provato, come di fronte a un evento nuovo, un panorama bellissimo e inaspettato, vedendo piovere stamani a Firenze. Fa tristezza invece capire che questo non può che essere la prova provata che qualcosa non funziona, che qualcosa sta andando storto, che il meccanismo perfetto di rigenerazione si è inceppato. Lo diceva Al Gore che sarebbe accaduto e gli dettero un Nobel per la pace a rafforzare la sua idea. Nel 2007. Abbiamo avuto 16 anni di tempo, eppure... Perché il Nobel, la scienza, i pareri autorevoli, non contano mai abbastanza.

Ah, ma ora il Governo sta studiando un Piano Siccità! No scusate: lo stanno studiando ora dopo che se ne parla da anni? Ma del resto perché preoccuparsene? Magari se ci mettiamo a pregare un giorno il tempo cambia e anche in Lombardia inizia a piovere. Magari anche per quest'anno io speriamo che me la cavo. Magari ci pensa il Governo che verrà, lasciamogli 'sta gatta da pelare. Magari. Ma magari non basta.

Resto in attesa. Più che degli interventi intelligenti aspetto il caso, il passaggio inatteso di una o più perturbazioni. Perché ho capito ancora meglio, sapere lo sapevo già, che veder piovere è bello. È riposante. Rigenerante. E magari si rimedia anche l'acqua per far la doccia.

Nel frattempo...



domenica 12 febbraio 2023

SANREMO IN COMPAGNIA 2

 

fotomiafattadame

È fatta, finita, da riporre armi e attenzione fino all'anno prossimo. Posso rimettermi a guardare la TV senza quel particolare rigore che le ho riservato all'ultima settimana.

Che poi non è che ci sono state così tante cose da tenerci svegli, se si eliminano un paio di baci in bocca (uno spudoratamente con la lingua), un po' di vasi devastati da furia chimica, qualche ritorno che poteva stare dove stava, ma per il resto è stato un Festival prevedibile. Del resto quando quello che è il favorito vince la qualunque, di adrenalina ce n'è pochina. Bravo Mengoni, ma come hanno scritto sul Corriere, perfetto e prevedibile come la bella copia di un programma televisivo in HD: senza sbavature. Un professionista che ha fatto bene il suo dovere. Stop. Preferivate un cialtrone? E poi, come mi hanno domandato in privato: quale altra canzone poteva vincere? La sua era perfetta.

Però, forse, non abbastanza maledetto da farci vincere anche l'Eurosong Contest, dove gli piacciono maledetti, qualunque accezione va bene basta che siano maledetti. E quei completini di pelle ecologica mi sa che mica bastano. Servono calze smagliate, petti nudi e tatuati, urla scoordinate. Potremmo organizzare un flash mob discinto per rinforzare la caratura del nostro.

E poi che c'è stato? Paola e Chiara deliziose, anche quando hanno sbagliato a prendere più di una nota, impalate nei balletti, deliziate dalle tre date annunciate del loro nuovo tour estivo (coraggiose e volenterose), dal successone che il brano sta avendo in radio e dalle pancerine metalliche della prima apparizione. Ma si sa che con loro io perdo obiettività. C'è stata Ornella Vanoni priva di freni inibitori, ma glielo perdoniamo. Poi c'è stata Giorgia, l'altra data per certa per la vittoria che non si è piazzata neppure tra i primi tre... che con a disposizione uno strumento vocale da paura, si è presentata con una canzone non all'altezza. Certo nel duetto con Elisa ha fatto venire i brividi, ma neppure quello le hanno riconosciuto. Infatti l'ultima sera si è spesa pure il jolly del santino col volto di Amadeus. Che non è servito. E poi c'è stata Oxa, che piuttosto che fare il duetto con una persona vera, l'ha fatto con un violoncello, su una sua canzone.

Che poi anche questa nuova moda di cantare le proprie canzoni nella serata dei duetti, mica mi pare così sana. Fa così tanto autopromozione; fa: vi ricordate di chi sono? So' tanto bravo eppure ancora qua sto.

E comunque è finita. E fino all'anno prossimo non se ne riparla, com'è giusto che sia. È solo Sanremo. Fatto benissimo ma solo Sanremo.

Un'ultima curiosità: ma tutti quei tatuaggi che ci sono stati mostrati li fanno un tanto al chilo? Oppure servono per il riconoscimento nella salma nel mucchio? Perché a volte mi sono sembrati un po' invasivi, ecco.

Vabbè, sono vecchio. Infatti sono andato a letto che ancora mancavano otto cantanti alla fine e i risultati li ho cercati su Instagram stamani alle 4:00 quando mi sono svegliato. Da bravo vecchietto.


PS: eravamo in due anche ieri sera ma il Festival l'ho visto da solo. Che si sia trattato di un caso di autoprotezione? Glielo chiederò.




mercoledì 8 febbraio 2023

SANREMO IN COMPAGNIA




 fotomiafattadame
non c'entra niente perché è Palermo, ma la scala c'è


E comunque, più guardo Sanremo, e io Sanremo lo guardo perché nella sua enorme sovrastruttura di pochezza è la rappresentazione della liberazione da una vita da turnista (quando ero turnista, anche se di lusso, non riuscivo mai a vederlo); più lo guardo, dicevo, e più mi convinco che Sanremo si guarda in compagnia. Se sei da solo guardi un film.

Non è neppure detto che la/le persona/e che ti sta/stanno vicina/e sia/siano cosciente/i. Basta ci siano, che il loro corpo giaccia, vivo preferibilmente, al tuo fianco. Ieri per esempio io ero sveglio e lui dormiva della grossa, però c'era. Sarebbe stato meglio che fosse anche cosciente per potersi scambiare opinioni sui massimi sistemi che si riflettono senza via di scampo sulla manifestazione, mi sarei divertito di più:

i vestiti di Ferragni;

Blanco;

Outfit dei Cugini di Campagna, questi i massimi sistemi.

Ma l'importante era non essere solo.

Altrimenti Keanu Reeves mi aspettava su Rai2. Di sicuro.

Com'è finita? Bene: dopo il disastroso intervento dei Pooh ho deciso di averne abbastanza e sono andato a letto, per delicatezza nei loro riguardi. Senza però dimenticarmi di guardare, stamani appena sveglio, tutte le esibizioni che mi ero perso su RaiPlay. Evviva la tecnologia!

Vincitrice assoluta della prima serata ELODIE vestita da uccellessa nera, con uno sguardo e una voce che ammalia.

Stasera vincono Paola e Chiara. E non si discute. Giorgia arriva seconda, non se ne abbia a male, ma al primo Pride della mia vita c'erano loro due. E io non dimentico.



venerdì 7 ottobre 2022

FACCIAMO RIPARTIRE L'ATTESA


fotomiafattadame Ospedale Paolo Pini, MI




Ci eravamo tutti portati sul lato assolato della giornata, eravamo andati a capo, attraversato la strada, sull’altro marciapiede, in attesa che il cielo si rovesciasse sulla città. Almeno quella parte del cielo, divisa netta da quella chiara ed estiva. Come insetti frenetici avevamo fatto tutto quello che doveva essere fatto prima che piovesse, veloci veloci: eravamo stati al mercato, al supermercato, eravamo corsi in panetteria, in lavanderia, avevamo portato il cane a far pipì e i bambini a scuola, per evitare di fare lo slalom tra le pozzanghere e i discorsi degli altri genitori, si fa in fretta, si deve rientrare, a casa, a scuola, in negozio. Tutti in strada ora, tutti di corsa, vai, in tanti, che poi magari non si riesce più a fare. La periferia suturata per atto amministrativo alla città, brulicava. Stamani di corsa, a imitare quelli giù al centro, a sistemare le cose, le merci, le persone.


E poi ci eravamo messi in attesa, a guardare dalle finestre per controllare se quel cielo grigio si decideva o no a mollare un po’ di pioggia, ché le piante non ne potevano già più, l’erba non ce la faceva a nascere, ché la terra era ormai in polvere, e anche se fosse andata via nel tombino era bene che cadesse lo stesso. A interrompere i giorni di sole, mai così tanti, che ti sembrava di aver comperato la casa in quel sud che ci sei stato solo in vacanza, bello eh, ma non ci vivresti mai.

Avevamo trattenuto il respiro a lungo e nessuno ne era morto: apnea finta, a orologeria. Come dei lemuri in piedi dietro ai vetri, aspettavamo di vedere la prima goccia per dare l'allarme e in un urlo di gioia. Sperando che fosse la volta buona: noi i panni li avevamo ritirati, i vasi messi al loro posto, aspettavano acqua vera, quella che annaffia: i riti tutti compiuti. Avevo rimesso a posto il secchio con cui annaffiavo gli alberi del viale, dandogli quell’acqua di transizione tra un acquazzone e l'altro, lontano dei mesi. Ogni mattina un secchio a questa, un secchio a quella, presa dalla fontanella che tanto spisciola uguale, regala acqua alla fogna, meglio qui su ‘ste radici. E la sciura che si era unita e mi dava il cambio, sono pensionata, son libera, è vero, ci dovrebbe pensare il Comune, ma se non ci pensa facciamo noi. Facendo una selezione, scegliendo noi al posto del cielo chi e quanto annaffiare, che tutte quante non era possibile, il viale è troppo lungo, la schiena, la fatica. Non ci arrivo.


Poi la pioggia non è arrivata. Il cielo grigio è scorso sopra la città, ci ha illuso, come un amante che non era per noi se n'è andato altrove da quelli più fortunati, da quelli che sanno godersi la vita. Altrove, dove piove, accidenti a tutta questa pioggia che non sembra nemmeno estate.

Nel refolo di vento che mi aspetto caldo, ha nel mezzo una lama sottile, quasi impercettibile, infilata nello spessore, mi annuncia che altrove il rito è compiuto. Amen. La preparazione è andata a buon fine. Amen. I tempi e le aspettative sono stati rispettati. In un qualche posto, non lontano, ha piovuto. Qui invece facciamo ripartire l’attesa, ché arrivi la volta buona. Riprendo il secchio e mi preparo all'alba di domani. Per l’erba, per l’aria, per gli alberi che non ne possono più. E per chiudere quest’estete che non ne può più neanche lei.




giovedì 28 ottobre 2021

Poteva andare peggio: poteva piovere,


e a Roma se piove forte è un disastro per il traffico. Invece alla fine tutto si è concluso con uno scroscio di applausi. O meglio: scroscio di applausi e urla di giubilo alquanto scomposte. Più adatte ad un matrimonio al castello del Boss che alla severa aula del Senato.

Cosa si celebrava lo sapete bene. Come già dalle prime righe capite da che parte sto. E non vedo da che altra parte si potesse stare.

Invece è andata così. Anche a dispetto di quello che sembrava il sentire popolare prima della votazione. In un sondaggio del quotidiano Repubblica del mese di luglio il 62% degli intervistati si dichiarava favorevole al testo ZAN, solo il 24% nettamente contrario.

Ora, cosa sia accaduto da luglio a ottobre è un mistero, perché tra fluttuazioni e ripensamenti gli schieramenti non potevano finire per essere tanto diversi da questi dati. 62 più 24 fa 86. Il che vuol dire che se pure il 14%, gli indecisi, si fosse riversato nelle file dei contrari, considerato pure qualche ripensamento, non si poteva scendere al di sotto del 55%.

Non lontano da questa percentuale, il 54% erano ancora favorevole in un sondaggio BiDiMedia, il 14/10. E quindi? Perché è andata così? Vorrà dire che in 13 giorni ci hanno ripensato, direte voi.

Quello che invece mi pare evidente è che ci sia uno scollamento tra chi vota le leggi e la base. Una incapacità di ascoltare il basso e portarlo nelle aule della Politica, tanto sono convinti di saperne più di noi, perché noi povera massa, non vediamo il disegno globale. E lo trovo arrogante.

Comunque è andata. Tra le grida di giubilo, è andata. E visto che l'odio è stato sdoganato, qualche Neanderthal crederà di aver maggior diritto di menare visto che la legge specifica è stata cestinata, bene anche io mi avvalgo della facoltà di portare un minimo di rancore. E anche qualche linea di disprezzo. Mi fate proprio cacà, si dice dalle mie parti. La traduzione non credo che serva. Nel frattempo ringhio come il cagnotto della foto, che mi scuserà se lo paragono a me.



Vi lascio con l'applauso che Drusilla Foer ha regalato ai social oggi, che è la reazione più elegante che ho potuto vedere.






mercoledì 27 ottobre 2021

OOPS I DID IT AGAIN


Sì, è accaduto di nuovo.
Non ci potevo credere ma gli incastri astrali che hanno portato alla creazione di questo blog anni fa, credo 12, si sono ripresentati e quindi posso dire a ragione, che la ciclicità del mio sculo personale va di dozzina in dozzina. Nel senso che non dura una dozzina d'anni, ma si ripresenta secco e impassibile a sconquassare tutto una volta ogni tot di anni.
Stavolta il botto fatto dalla compagnia per la quale lavoravo pare definitivo, tanto definitivo che le hanno pure cambiato nome. Possibilità di risorgere come una Fenice – la metto maiuscola perché a partire da Henry Potter anche per i bambini, e molti adulti con loro, chi rinasce dalle proprie ceneri ha una sua identità ben precisa –, pari a zero. Qualcuno userà il suo nome, ma pare solo fino a che non si sarà potuto mettere le mani su qualche centinaio di barattoli di vernice. Poi ciao. Arrivederci e grazie. In fondo anche scomparire è una forma d'arte, facciamole allora i complimenti più sinceri.

Quindi niente: dimostrato che certi umani sono più simili a virus che a persone – Matrix docet –, allo scadere dei 12 anni si ritorna in pista e su questi schermi. Sempre ammesso che ritrovi una parvenza di voce.

Un applauso per la mia nuova eroina:







Avrei una lista cara Jessica, ma te la comunico in privato. E ancora auguri per i tuoi splendidi 96.


giovedì 10 settembre 2020

PROPRIO LÌ


Se mi garantissero che d'inverno resto bloccato lì dalla neve, vorrei restare lì fin d'ora. 

mercoledì 6 maggio 2020

LO DICEVO IO 2


fotomiafattadame


martedì 5 maggio 2020

LO DICEVO IO



fotomiafattadame

domenica 3 maggio 2020

CI SIAMO


fotomiafattadame

Ci siamo. 
Squillino le trombe, rullino i tamburi!
Stiamo precipitando nella FASE 2!!!


Quindi oggi siamo nella FASE 1,99 e a pensarci bene non è che domani mi vada tanto di uscire.
Sarà mica obbligatorio?
Non ci saranno mica i portieri delatori che se non esci ti denunciano, arriva la Polizia e ti porta dentro?
Girano filmati di pinguini saltellanti che canticchiano che non ce la fanno più, io invece mi rendo conto che in questi due mesi di serrata devo aver sviluppato giusto un po' di agorafobia. Oppure ho rimpolpato la mia già presente antropofobia.
Che poi non è proprio paura... è piuttosto qualcosa di sano: un'antipatia ferma, ecco.
Nella mia cuccia ci sto proprio comodo. Fosse stata solo un po' più spaziosa non mi avreste rivisto!

Esagerato!
Ah esagero? Tu metti che già col resto del mondo qualche problema lo hai da prima, dopo due mesi di serrata la voglia di vedere tutti-tutti i colleghi non è detto ti venga, i pendolari sui mezzi pubblici che hai sopportato per anni ora li odi e i congiunti non è obbligatorio che ti manchino. Io son fortunato: siamo tutti così normalmente sparpagliati per il mondo, che ci manchiamo tantissimo in maniera sana e quando ci vediamo è davvero una festa.

E poi ho avuto il wi-fi dalla mia parte che mi dava tutti quei bei contatti di cui avevo necessità, tutti i whatsapp, le video chiamate, le chiamate di gruppo su Hangouts, le informazioni, le lezioni su RaiPlay, i podcast su Storielibere, la musica su Spotifay, i libri su Book Store, quindi ho davvero bisogno di uscire? A far la spesa sì, ma prima prenoto l'ingresso su ufirst!

E... respirare aria fresca per esempio?
Ma quello lo ho fatto più o meno tutti i giorni da quando è stato possibile: legato ad un invisibile filo di 200 mt. giravo intorno a casa come una trottola, dopo aver fatto 6/7000 passi rientravo. E tanti saluti a tutti. Quella di oggi è aria più fresca di quella di domani, tra l'altro, perché inevitabilmente da domani i livelli di polvere sottili risaliranno ed il cielo sarà meno limpido.

Esagero. Sono un sedizioso. Mia nonna diceva IDEOSO, non nel senso di pieno d'idee ma nel senso di rompipalle, fazioso, perditempo. Ma analizzando bene al cinema non ci posso andare perché prevedono di riaprirlo a fine anno, le vacanze ancora non ci hanno detto se ce le fanno fare e la biblioteca è ancora chiusa...

Quindi perché uscire?

Una sola parte della mia ansia da quarantena sarà risollevata dall'arrivo della fase 2: quella collegata all'economia ferma, alle famiglie (anche a quelle composte da una sola persona) dove non entra uno stipendio da un po', al mio lavoro immobile da troppo tempo: tra queste categorie qualcuna ricomincerà a tirare il fiato. Non è poco. Lo prenderò per il faro che mi condurrà al buonumore.


sabato 25 aprile 2020

25 APRILE





Oggi 25 aprile. 

Oltre ad essere la festa della liberazione dal nazifascismo è un giorno in meno alla liberazione dalle quattro mura della casa che si stanno facendo strette. Inquietanti. Le pulizie? Fatte. Il congelatore trabocca di cibo pronto all’uso: ci mancava l’abilità di calcolare bene le dosi. Ma tanto a pranzo e a cena stiamo a casa... No! Stiamo sempre a casa!
Non che sia mai uscito, tutti lo facciamo, anche noi sprovvisti di cane. Ho pure cercato di affittare Pampino per far due passi ma la portatrice sana di tallone flamenco non ha voluto. Chissà perché...

Tra l’altro per due giorni non l’ho sentito. O lo hanno sedato, oppure lo hanno traslato altrove. Delle due l’una. Oggi invece il circo Togni ha ripreso la piena attività, due spettacoli al giorno perché sabato festivo. Il numero dei cavalli deve aver avuto un buon successo, lo hanno replicato e l’orchestra ha suonato la chitarra e la batteria all’uopo. Il piffero era in ferie.

Ma cosa mai mi resterà di questi giorni beati quando finiranno?

La domanda giocava d’anticipo e non vorrei che portasse sfiga. Vivo in Lombardia e non ne abbiamo bisogno. Quindi la riformulo:

che cosa mi fa ricordare di essere in distanziamento sociale adesso?

1- il sapore della pizza fatta in casa. L'ultima credo di averla mangiata che ancora vivevo in Toscana, quindi almeno 8 anni fa. Ora questo piatto è il segnale che è sabato. Un punto di riferimento ci serviva;
2- l‘incredibile silenzio rotto dal correre disperato delle ambulanze. Ci sono stati dei giorni che ho creduto di essere stato trasferito mio malgrado a New York;
3- la piccolina con la sua voce carina che gioca con la mamma o il papà nel balcone del piano di sotto. Sembra una piccola nobile: non urla mai e l’ho sentita piangere solo una volta. E poi possiede un unicorno ciccione di plastica. È il mio mito assoluto;
4- la biblioteca comunale chiusa. Sto rileggendo per la seconda volta lo stesso libro, è ora di cambiare;
5- le video chiamate dove regolarmente mi beccano vestito come uno straccione. Dovrebbero istituire un bon ton delle chiamate invasive, così uno si sistema. Ed io imparare a non rispondere se sono in mutande;
6- il programma pages per Mac che sta costantemente aperto su tablet o portatile. Prima o poi mi faranno un sovrapprezzo.
7- la necessità psicotica di fare le parole crociate usando colori diversi, uno il tempo lo deve impiegare oppure no?
8- le conferenze stampa del premier che mi perdo sempre e che devo poi andare a cercare nell’internet.

Sono già abbastanza le cose che fanno parte di questo periodo, neppure tutte sane ed equilibrate. Le altre mi preoccuperò di segnarmele quando tutto questo si allenterà un po’.

Il punto due della lista è qualcosa che mi hanno detto si nota anche a Roma, a Torino. Del resto siamo immersi in un’emergenza sanitaria... Ma è così forte il contrasto tra silenzio è quello strillo disperato che mi lascia sempre senza parole. L’ho ritrovato anche nel video che un amico artista ha registrato su invito della sua galleria. Mentre nel suo giardino/studio racconta di come sta vivendo l’isolamento il rumore degli uccellini viene superato e annientato dal passare di un’ambulanza a sirene spiegate (spietate). Mi ha raccontato di non averlo voluto eliminare in fase di montaggio: era il segno preciso di questo tempo.

Buon 25 aprile.


martedì 21 aprile 2020

PAMPINO



fotomiafattadame



Viviamo in un appartamento di un palazzo definito dall’agente immobiliare “ben abitato”, con tutti i sottintesi del caso. I condomini sono per la maggior parte signori ormai in pensione che hanno acquistato quando il palazzo è stato costruito, signori e signore in maggioranza gradevoli, sorridenti e accoglienti. A parte qualcuno che stireresti quando togli la macchina dal garage, ma ci sta avendo più di 50 appartamenti. Noi, guidati dalla stella polare della fortuna, siamo finiti sotto una delle rarissime coppie ancora in grado di procreare. Il procreato non è un figlio ma l’intero Circo Togni, acrobati compresi. Interpellato Monsignor Milingo, si è ritirato a vita privata e si rifiuta di collaborare. 
Non sto qui a descrivere e a giudicare: a volte le persone, anche quelle in miniatura, necessitano di maggiore comprensione. Oltre la media. E noi comprendiamo. Tanto. Comprendiamo tanto, tanto, tanto. 
Comprendiamo anche la notte quando la madre mette su il tallone da flamenco e fa il giro della casa avanti e indietro. Ma questo lo comprendiamo un po’ meno.

Ora però quando in televisione viene reclamizzato un energizzante da usare anche in tempo di distanziamento sociale, perché chi lo ha detto che stare a casa non stanca?, e ci informano che ne esiste anche la versione per poppanti, voi capite che è normale che a me salga la carogna.
Poi mi passa, ma lì per lì sale, almeno fino al piano di sopra. 

Visto che lo spot passa in continuazione spero solo che l’educatore abbia vietato l’uso della tv a tutta la famiglia, altrimenti tocca emigrare.

Già in questo condominio sono mancati da subito cantanti, suonatori e fini dicitori ai balconi e di questo mi lamento, mi manca solo che per disperazione debba finire in cronaca nera. Nel frattempo il piccolo lo abbiamo soprannominato Pampino, come un nazista in miniatura, mentre la madre è semplicemente... Non ve lo dico. Fate voi a vostro piacimento.

Nella pagine dei quotidiani potrei finirci invece perché, riconoscendomi come un intruso, la signora del piano terra che da un anno e mezzo mi chiede sul portone: “Ma lei abita qui?”, mi ha fatto secco a badilate. Non è una questione di mascherine indossate oppure no, non mi riconosceva neppure un mese fa. Tutto bene, uno si identifica e sale al piano. Se non fosse che dopo l'interrogatorio la signora parte con lo spiegone sul numero dei figli, sul loro stato civile, professione, tempi e frequenze delle visite che le fanno e, come non dirlo a chiunque, sa io abito qui da quando hanno costruito. Pare che questo sia un trofeo da aggiungere al medagliere. Definendo noi irrimediabilmente le spine del palazzo.

Io, come tutti ormai, spero solo che l'isolamento finisca presto. Ma davvero. Per tornare in biblioteca a trascorrervi le mattine libere, nel silenzio di quelle magnifiche sale affrescate. Le corse disperate di Pampino lasciate alle tarme degli armadi, che se provano a lamentarsi le spruzzo d'insetticida o gli apro un blog.


mercoledì 15 aprile 2020

ERBACCE




Non rido di fronte a trasmissioni che mostrano come si trasformerebbe la terra se ad un certo punto, all'improvviso, scomparisse l’uomo che la percorre. Piuttosto mi affascinano. Le cerco nei canali di scienze per seguirle in diretta, oppure le trovo sul web.

Oddio, soffro anche di una qualche perversione che mi porta a vedere pure altre trasmissioni “strane” come quella della dottoressa che schiaccia i brufoli e quella dei dottori che segano le unghie e le dita di piedi disastrati.
Senza parlare di quella dei maniaci dell’igiene che vanno nelle case degli accumulatori compulsivi, nella disperata speranza di rimetterle a posto.
O i tutorial di come ripiegare le cose negli armadi che poi ci provo io e sembra che in camera si sia scatenata la terza guerra mondiale.

Forse se non fossi un maniaco dell’ordine, dell’assenza di difetti non le seguirei.

Però lo faccio. E per ritornare al punto mi piacciono le trasmissioni nelle quale in nostra assenza la natura si riprende il controllo sul pianeta. Le graminacee, il trifoglio e le radici crescono, si inseriscono, sollevano e ricoprono l’asfalto, gli animali fuggiti dallo zoo pascolano indisturbati per le strade delle metropoli americane, le muffe attaccano le travi in legno e le facciate degli edifici crollano. Figo vero?

Deve piacere anche a chi le fa. In verità l'ipotesi non ha nulla di cruento: non si sa cosa sia accaduto per farci vaporizzare tutti allo stesso momento. Semplicemente non ci siamo più e una volta tanto abbiamo avuto il buon senso di non lasciare tracce della nostra partenza, neppure i nostri cadaveri. Potrebbe anche essere un esodo verso il Pianeta delle Meraviglie e di certo non c'è distruzione nucleare nelle immagini.

Mi pare che non sia quello il punto. Si mostra invece quanto sia fugace e assolutamente non imperitura la traccia che potremmo lasciare di noi. Perché alla fine il famoso filo d’erba nascerà nella crepa dell’asfalto e dimostrerà di essere molto più resistente.

Supposizioni? No: immagini dalle cittadine evacuate da anni intorno alla centrale atomica di Chernobyl mostrano chiaramente l’inconsistenza dei nostri manufatti non appena noi giriamo le spalle.

In questi giorni in cui la specie umana gira più per casa che per le strade, almeno così dovrebbe nei centri abitati, un quotidiano ha pubblicato la foto di un filo d’erba a che si era fatto spazio tra i sanpietrini di una piazza di Roma. La didascalia diceva più o meno che per la mancanza di scalpiccio, l’erba sta ricrescendo tra le pietre di Roma.
Mi ha colpito. Mi ha ricordato quei documentari. Ho subito cercato nel piazzale condominiale dove scendo a camminare per la mia ora d’aria tracce di questo movimento di riappropriazione. E c’era infatti qualche bel filo d’erba rigoglioso tra le pietre che compongono il pavimento, che mi guardava dicendo: “Prova a fermarmi”. E alzava arzillo il dito medio.



Oh certo, torneranno presto tutti i condomini a percorrere quel selciato e a far retrocedere nella sicurezza dello spazio tra pietra e pietra il germoglio del seme. Ma il seme resterà lì ad attendere senza fretta la prossima pausa.

E più del filo d’erba ha potuto il glicine della villetta accanto. Esploso nella fioritura emanava un profumo celestiale indipendentemente da chi potesse goderne la bellezza o annusarne l’aroma. Nel silenzio della città era il rumore più forte. Come dire: "Ho fiorito qualunque distanziamento sociale voi stiate affrontando. Che voi godiate oppure no dello spettacolo di questo colore abbondante, io fiorisco e spando profumo. Comunque. Sta a voi coglierne l'attimo come stanno facendo le api".


lunedì 6 aprile 2020

LIEVITATI






Stamani mi sono svegliato con in mente la parola DEPRECABILE. No, non mi pare normale. Soprattutto per uno come me che ha bisogno di qualche ora e parecchi caffè prima di capire se si trova ancora sul pianeta terra.
Deprecabile. Ma da dove è uscita fuori?
Mi sembrava di aver già pagato a sufficienza il distanziamento sociale.
Il subconscio si sarà voluto vendicare del deprecabile ghigno che mi è scappato ieri sera alla notizia del Premier inglese ricoverato dopo i proclami sull'immunità di gregge.

Comincio ad avere paura della mia mente... Domani potrei svegliarmi ossessionato da termini tipo SUPERCALIFRAGILISTICHESPIRALIDOSO, e prima di esserne venuto a capo potrei aver saltato la colazione, rasato i tulipani e avvelenato il pesce rosso.

Però c'è chi sicuramente chi condivide il mio disagio. C'è un'intera parte della popolazione che ha subito una mutazione comica del virus assassino: un esercito nuovo di zecca di pasticceri, pizzaioli e panettieri. Probabilmente infettati durante una coda davanti ad un supermercato i RACCOGLITORI DI LIEVITO si passano le informazioni su dove sia disponibile il magico ingrediente via social e la quantità che è consentito acquistarne. Dopo di che spiegano anche i trucchetti da mettere in pratica per raccoglierne anche 20 panetti per volta. Una di queste invasate spiegava orgogliosa di essere ricorsa a due cambi d'abito ed altrettanti cambi di cassa per portare a casa il bottino...
Di solito guardo queste manifestazioni con imbarazzo e supponenza, stavolta mi sono messo a ridere della pochezza di certe menti: siamo tutti fratelli nel disagio.

Non ghigno di coloro che pasticciano, pizzano e panificano ma dei millantatori: di coloro che in vita loro non hanno mai acceso il forno se non per riscaldare delle lasagne surgelate ed adesso aspettano che la massa lieviti con lo stesso amore di una madre che vede crescere un figlio. Io faccio parte del gruppo perché l’unica cosa che mi lievita bene sono le torte della Benedetta Parodi ed ho ucciso il mio barattolo di lievito madre anni fa.
Mentre il mio compagno, bravo da sempre, ha sformato torte, pizza e pane senza incertezze. E ieri si è trovato a dover condividere con me la delusione di trovare gli scaffali della farina completamente vuoti. L'ho consolato perché son traumi importanti. Soprattutto per me che potrei dover rinunciare al rito della pizza del sabato sera.

Oltre all’effetto emulativo, alla serrata delle pizzerie, alla ahimè vera esigenza di risparmio dovuta dalla mancanza di lavoro, ci si mettono pure i cuochi televisivi, belli, eleganti e soprattutto magri, che decantano le proprietà antistress dell’impastare il pane. Così non ne usciamo dalla DEPRECABILE mancanza di farina e lievito di birra.

Almeno non subito. Alla prossima uscita per andare a procacciare del cibo pianificata per giovedì, noi siamo ligi alla regola di uscire il meno possibile, dovrò sperare di trovare anche quelle cose lì se vorrò la pizza il sabato successivo. Per il pane mi accontenterò di quello che il fornaio vicino a casa continua a produrre senza soluzione di continuità. Che è pure molto più buono di quello che riuscirei a fare io.
Sarà una buona battuta di caccia? Incrocio le dita.




venerdì 3 aprile 2020

IL PRANZO DEL 25' GIORNO




Di sicuro senza smog il cielo di Milano non è più grigio.
Se bastasse questo per essere felici sarei la persona più serena al mondo e zampetterei per il balcone con un cervo imbizzarrito. Giardino non ne ho ed i parchi sono stati recintati.
Ma non è così.

I motivi per non essere felice sono parecchi: per descriverne alcuni bastano solo le immagini trasmesse dai media.

Un motivo anti giubilo personalissimo è che tra le tante cose che circolano in internet in questi giorni farneticanti di tastiera, schermi e social, trovo che quel cartello con su scritto che questa è una pandemia e non un miracolo, e che quindi non troveremo persone migliori alla fine dell'isolamento, sia la somma e la sintesi delle mie inutili speranze attuali. 'Che l'isolamento agli eletti fa crescere l'amore, ai "normali" solo la carogna.

Sono barricato a casa dal primo momento ma non ho ceduto subito al bisogno di mettermi a postare come e quanto bene vivessi la mia separazione dal resto del mondo...
Che se è stata accettabile e riposante i primi giorni, che invece tre giorni fa mi ha fatto essere grato di mettermi in coda davanti al LIDL per far la spesa, sesto in una fila di pensionati che diventava sempre più lunga. Non ho mai creduto di poter essere così riconoscente alla cassiera che mi ha guardato e parlato con una voce diversa da quella del mio compagno, che è l'unica che sento durante il giorno.
Mi ha chiesto: "Vuole un sacchetto?". Ed io mi sono commosso.
Nel frattempo i sanitari del bagno si sono uniti al gruppo rivoluzionario "Povero Psicopatico Stai Lontano Da Noi" per evitare l'estinzione da sfregamento. E la lavatrice ha prenotato le ferie in Dalmazia dove le hanno assicurato si viva solo di bikini e tanga.

A titillare le tastiere c'erano già altri. Parecchi altri, io potevo solo unirmi al mucchio ed essere smaltito nell'umido a fine giornata. Perché la rete è stata subissata dal peso di miliardi di conversazioni inutili, fake-news senza capo né coda, quasi tutte di carattere politico (in vero di un unico versante politico) e migliaia di foto, filmati. Solo di questi ultimi spero restino tracce alla fine della pandemia, perché alcune son davvero gustosi. I registi wannabe che ho visto mi hanno fatto fare parecchie risate.

Allora perché questo post? Per dire cosa? Perché unirsi alla schiera di coloro destinati all'umido di fine giornata?

Perché oggi ho fatto una torta al cioccolato e per postarvi la foto dei rigatoni al pesto (condimento homemade) che ho mangiato a pranzo. Non vedevate l'ora 'nevvero?

;-)



giovedì 25 luglio 2019

PANNA E CIOCCOLATO, E SE C’È ANCHE IL PISTACCHIO


Fotomiafattadame



Ero riuscito a farla salire per la prima volta su un aereo quando i suoi 80 anni erano passati da pochi mesi. Come fu e come non fu, quell’estate io e la nonna Rosa saremmo andati a trovare mia sorella in Canadà (l’accento è voluto, non c’è finito per caso!). Fatto sta che dopo settimane di interlocutorio silenzio/assenso con il quale aveva seguito le operazioni di prenotazione ed acquisto dei biglietti, una mattina all’alba qualcuno ci scaricò da un auto davanti alle porte scorrevoli dell’aeroporto di Fiumicino, area partenze, in mano due biglietti andata e ritorno, per Toronto, via Amsterdam.

La nonna Rosa si chiamava in realtà Giovanna, ma questo solo per l’anagrafe e la carta d’identità. Per il resto del mondo era la Rosa, nome che le fu dato alla nascita perché era bianca e rosea come il fiore del mese della Madonna. Giovanna fu dichiarato al Comune ma finì immediatamente nel dimenticatoio. Per tutto il resto della vita che le fu consentito vivere oltre il marito, e fu la maggior parte, il suo colore fu il nero severo del lutto e della rigida moralità. Nero l’abito che si era fatta cucire per quando sarebbe morta, nere le spolverine che indossava al lavoro in negozio. Affrontò quel primo ed unico volo della sua intera vita con il fatalismo degli anziani, senza gioia apparente, ma anche senza fastidio, certa che se l’aereo si fosse schiantato, lei di sicuro sarebbe finita nel regno dei giusti: quindi che andasse come volesse andare, lei era sistemata anche nell’aldilà; il problema era degli altri. Immagino che si fosse preparata alla mesta eventualità con qualche versamento straordinario alle opere pie che da sempre finanziava con versamenti risicati, o con qualche candela extra accesa nella chiesetta che, da più o nemo un millennio, staziona davanti a casa. Di certo non dormì né all’andata, né al ritorno e rimandò il meritato riposo una volta arrivata a casa.
“Come quando andavo in gita in torpedone con Padre Ernesto”. E così fece, apparentemente immune alla stanchezza, mentre io brancolavo per casa rincoglionito, in cerca del mio fuso orario.
In cambio del pagamento di tutte le spese di viaggio, che si accollò non di malavoglia, ma diciamo con riserbo, ottenne da me la garanzia che se fosse vissuta un altro anno avrei ricambiato la sua magnanimità andando con lei in crociera, anche non lunga, andava bene anche nel Mediterraneo, perché la crociera che era il vero sogno della sua vita, da quando il torpedone di padre Ernesto era stato traghettato in Corsica. Altro che l’aereo e l’America! La nave era “il mezzo di trasporto”! Immagino che dal momento del nostro ritorno abbia lottato con ogni sua fibra per ottenere da me il pagamento di quel pegno, 365 giorni dopo, che abbia sfidato la senescenza con determinazione, e durante la cena col Comandante la sua soddisfazione raggiunse l’acme.

Arrivò in Canadà con la naturalezza e la dignità che l’aveva sempre sostenuta, forse solo un po’ impacciata dal bastone che le era ormai diventato indispensabile. Attraversò i controlli di frontiera, abbracciò i parenti, salì nell’enorme auto di questi e si lasciò trasportare fino alla loro casa, dove sedette composta fino all’ora di cena. Dopo un pasto frugale si coricò presto per smaltire il fuso orario.
Mentre lei faceva tutto questo, io crollavo fisicamente sotto il peso dei miei pochi anni. De Vas Ta To!


La mattina dopo il nostro arrivo cominciò la visita della metropoli.
Forte della mia precedente esperienza di vita vissuta proprio lì i parenti mi avevano affidato una macchina per scorrazzare la Vecchia e farle visitare la città: un 6000cc di cilindrata, scattante come un Lama in meditazione ma fornita di tutti i confort. La città, a dirla tutta, all’epoca non ci voleva tanto tempo per visitarla, ma comunque offriva spunti interessanti. Nel mio programma c’erano la visita alla Torre CN, allora l’edificio più alto del mondo, magari un traghetto per le isole nella baia, un tour senza tema per la città per ammirare le strade di Little Italy e China Town e qualche centro commerciale di dimensioni ragguardevoli, in un tempo in cui i centri commerciali in Italia non si sapeva quasi che cosa fossero. Oltre a queste cose avevo inserito nel programma un’immancabile vista di un giorno alle cascate del Niagara e un paio di brevissime escursioni a piedi nei grandi parchi che inverdiscono e rinfrescano la città, perché li sapevo pieni di aiuole fiorite, ed alla Vecchia i fiori piacevano tantissimo: memore del suo nome posticcio aveva collezioni di vasi interrati e fioriti che curava personalmente con caparbietà. Si poteva andare in visita in un paese famoso nel mondo per gli spazi infiniti, le foreste, i colori autunnali, senza vedere almeno il manto erboso di un prato cittadino? Scoprì che si poteva fare, ah se lo si poteva fare!

Perché mentre nei miei programmi il giardino era inserito, in quelli di mia nonna era stato depennato dopo la visione pomeridiana di un documentario televisivo in cui si mostrava voyeuristicamente l’affollato accoppiamento del serpente giarrettiera, bestiaccia autoctona che ama formare mucchi infiniti di serpenti maschi, aggrovigliati l’uno sull’altro, impegnati nell’intento di fecondare  l'unica femmina che se ne sta tranquilla, in attesa, al centro del gruppo. Forse solo un po’ schiacciata. Si trattava di immagini impressionati, di fossati riempiti da queste masse verminanti e, perdonatemi, abbastanza schifose in cui si dimostra che la necessità di riprodursi è un motore irresistibile nella vita di ogni essere vivente. Ma la loro imponenza numerica avevano fatto depennare escludere a mia nonna la possibilità di qualsiasi escursione su un manto tenero, peloso e fiorito che non fosse di moquette. E non si pensi che il rifiuto fosse dovuto unicamente per la questione di tutto quel sesso praticato all’aperto, che già di per sé ne avrebbe giustificato un allontanamento da lei, così estranea all’argomento, ma metti che in quel momento la massa si fosse sciolta e tutte quelle bisce innocue si trovassero disoccupate e a zozzo?

Con cosa sostituire allora quella visita che nei miei piani doveva occupare almeno un giorno intero? Optai per l’ennesima visita ad un centro commerciale con aria condizionata e panchine dove parcheggiarla in caso di stanchezza.
Fu così che la portai a passeggiare nei chilometri di viali coperti chiamati Yorkdale, poco a sud della casa di mia sorella e del marito, dove passammo il primo di tutti gli altri pomeriggi a disposizione. Durante la prima escursione tra le vetrine che le ispiravano sovrana indifferenza, ci sedemmo su una panchina piazzata all’ingresso ad angolo di una gelateria: si chiamava, e credo si chiami ancora “Robin’s 31 basket”. Un franchising. Il numero dei basket(s), credo stesse ad indicare il numero dei gusti disponibili nel bancone dei golosi. Un numero fantasmagorico di sapori per noi abituati al Mottarello, al cornetto Algida, alla Coppa del Nonno e a non molto di più. Noi che consideravamo esotico il gusto yogurt e che comunque la panna all’interno del cono non si immaginava neppure si potesse mettere.
La nonna non si lasciò scomporre dall’abbondanza, che in cuor suo ha sempre giudicato superflua. Domandò se avevano panna e cioccolato, tirò fuori il borsellino (i soldi li teneva lei, nessuna concessione neppure alla valuta straniera), mi dette un qualche foglio in dollari e mi disse: “Per me panna e cioccolato”, punto. “E se c’è anche il pistacchio”, punto.

Eseguì un ordine che non ammetteva appelli, di quelli che solo lei era capace ad impartire e che io da piccolo pensavo arrivassero non dalla sua bocca, ma dalla mitica acconciatura a crocchia che portò fino a che le infermiere che l’accudivano, non decisero di tagliargliela per far spazio ad un’acconciatura più pratica. Quando le fu tagliata quella, ci rendemmo conto che era irrimediabilmente finita un’epoca e che quella donna minuta, un po’ storta dagli anni, che ci stava davanti con uno strano caschetto sale e pepe, come Sansone coi capelli aveva perso l’autorità di comandare tutto e tutti. Non ci spaventava più.

Le portai il gelato che aveva richiesto, più uno per me e restammo a mangiarlo sulla panchina. Il pistacchio non c’era, quindi ebbe panna e cioccolato. Li mangiò nel silenzio tipico di chi gode di delizie che di rado si concede. Volle assaporare fino all’ultima sfumatura di gusto. Sgranocchiò soddisfatta anche il cono, mentre io mi rendevo conto che non avevo mangiato niente di più artificiale, insapore ed inutilmente dolce.
Lei invece lo definì buono, mentre si asciugava la bocca con il fazzolettino di stoffa che teneva sempre infilato nella manica sinistra del cardigan, giacca che la proteggeva dall’arroganza dell’aria condizionata.
 “Prendimene un altro. Uguale, ma stavolta in coppetta”. Punto.
Mi feci riconsegnare i soldi e ripartì all’attacco del bancone: il cono non doveva esserle piaciuto.
Che fosse golosa lo si sospettava già da tempo, ma non se ne erano mai potute raccogliere le prove: per anni si era mostrata come una donna in grado di affrontare a testa alta le più ardue rinunce alimentari, a causa di malattie più o meno gravi, più o meno reali, sempre sopportate con l’aiuto del medico, e mettendo in atto una strenua rinuncia al lusso alimentare, cibando il povero corpo con minestrine cotte in acqua e zucchine, carni tritate cotte nell’olio, di proverbiale tristezza. Per anni la stessa dieta: pranzo e cena. Senza variazioni e concessioni alla gola. 
Ma del resto il personaggio che incarnava non si discostava molto da quello che finiva sul suo piatto: vigorosa donna d’altri tempi, due guerre mondiali viste passare lungo il corso della sua lunga vita, pochi abiti e gioielli di uno stile che potesse sconfiggere la vanità delle mode, aveva fatto della ferrea determinazione a far soldi e a vivere secondo i canoni di una rispettabilità inattaccabile, il baluardo a cui aggrapparsi senza nessun tentennamento. La regola monastica cercò di imporla con alterne fortune anche al resto della famiglia di cui era riconosciuta il Capo anche dall’ufficio anagrafe. 

Quali sconquassi questa gestione aveva portato nel nostro vivere di ogni giorno, quali contraddizioni, quali conflitti vivevamo confrontandoci col mondo che cambiava intorno a noi, potrei passare dei mesi ad elencarli. Non lasciò mai passare neppure un filo di luce di modernità. Modernità fonte per lei, di tutti gli abbrutimenti morali e materiali del mondo che la circondava. Ma a quanto vedevo in quel centro commerciale una breccia al piacere si stava scavando; le mura non erano più salde come un tempo. La crepa concessa al piacere del palato, annunciava un crollo? Ero venuto in possesso della madre di tutte le rivelazione e non vedevo l’ora di spargerla in giro. Il gelato era la chiave!

E poi non c’è molto altro da aggiungere. Per quello che restò del breve periodo che ci vide in Nord America, passammo i pomeriggi a cercare un gelato da leccare, mentre il mondo che continuava a vivere normalmente ci trovava lì in mezzo ai piedi, con la nostra coppetta in mano in una mall. Nessun altro luogo divenne interessante agli occhi della donna che aveva visto passare otto Papi (3 Pio, 1 Benedetto, 1 Giovanni, 1 Paolo e 2 Giovanni Paolo) e tutti i presidenti repubblicani, se non la gelateria con quel mitico nome di abbondanza di cui osava solo due gusti, massimo tre.

 Io spesi gongolante il mio bottino di delazione non appena rimisi piede in Italia, come un Massone nella congrega. A goderne fu anche la Vecchia che si trovò, in maniera del tutto involontaria, ad essere descritta più umana, e che da quel giorno vide misteriosamente transitare nel frigo barattoli di gelato, che non respinse più come simboli di inutile lusso e spreco. La breccia non era stata richiusa!
Quello che non poté cambiare la lunga malattia che seguì quei due viaggi lo fece il gelato, pappa reale dell’ape regina che regnava su di noi. Da allora è per sempre restai in debito col Canadà, il paese con l’accento. E con la nonna.

sabato 18 maggio 2019

LE OPINIONI DELLA ZIA






Le opinioni ce le portiamo dietro come un bagaglio personale di cui difficilmente vogliamo disfarci. Sono parte del nostro bagaglio, del nostro essere uomini e donne, le formiamo attraverso l'educazione, il vissuto, l'ambiente circostante e, una volta formate, si istallano in noi ad incastro con gli altri pezzi del nostro pensare, come un mattoncino Lego nella facciata della casetta che stiamo costruendo. E purtroppo, pur essendo nostra personale certezza, spesso non sono la verità. Proprio perché spesso le opinioni non si basano su approfondimenti e ricerche, ma su dati parziali. E allora la pancia la fa da padrona.

Però già il fatto che ognuno abbia le proprie, garantisce pluralismo di idee. A volte sbagliate ma comunque idee.

Allora c'è chi reputa che il rosso sia migliore del nero, chi la Juve meglio del Milan, chi preferisce i gatti ai cani, chi la montagna al mare, le capitali alle colline spopolate. Chi preferisce prendersi cura degli anziani evitando che cappottino col deambulatore, piuttosto che assicurarsi che i giovani non si ammazzino in discoteca.
Opinioni e quindi preferenze.

Anche di fronte ai fatti della vita si vedono le cose in prospettiva diversa a seconda di quanto si sia coinvolti nei fatti che ci accadono attorno, ed in quale modo.
Per esempio la casa di riposo dove vive la zia del mio amico ha fatto le condoglianze ai parenti di una ricoverata deceduta durante la notte: questi, tristi per la perdita, si apprestavano a compiere tutti i tristi doveri dati dalle necessità del momento.
Essendo la deceduta a una signora che durante la notte si lamentava in maniera pesante ed a volume alto, così alto da impedire il riposo degli altri degenti a partire dalle 4 del mattino, l'opinione della zia è stata invece scevra da qualunque considerazione sentimentali: "Almeno adesso di dorme!".

Perché nell'opinione della zia quella signora era una mera rompi balle.


Inviato da iPhone di G P

giovedì 16 maggio 2019

SALONE





Se escludo i magnifici scorci di Torino goduti in questi due giorni passati nella prima Capitale del Regno, la sempre bella frequentazione di amici che, generosamente, riescono sempre a trovare tempo da dedicarmi, il bottino del Salone del Libro è quasi omeopatico: un audiolibro.
Delle migliori edizioni di audiolibro che conosco, ma un audiolibro. Ah, vorrei aggiungere: delle edizioni in formato grande, convenzionale, non in quelle piccole, nuove, formato CD riservate dalla casa editrice ai titoli di maggior successo e vendute a prezzi più bassi.

Soddisfatto di non aver appesantito il bagaglio che dovrà tirarmi dietro per altri tre giorni, sono a Torino per lavoro, e deluso per non aver visto nulla che mi portasse alla frenesia dell'acquisto. A parte l'audio libro letto dalla magistrale Cortellesi. Credo sia colpa del corso intensivo e ripetitivo della nipponica Mari Kondo se ho resistito con facilità  alle rare tentazioni.

Non ho acquistato ma il Salone mi è piaciuto. Un po' come andare in pasticceria ed essere a dieta. Tanta gente, tanti giovani alla faccia di quelli che dicono che loro non leggono. Sono loro più degli adulti che si intestardiscono a leggere la carta stampata e fanno, diligenti, la coda per farsi autografare il libro dei vampiri o dei draghi dall'autore/autrice. Il tutto finisce con un selfie rubato da chi ha ricevuto dedica ed autografo, a chi ha firmato perché, va bene la firma sulla terza di copertina, ma vuoi mettere una foto testimonianza da pubblicare sui social? Fosse solo lo stato di Whatsapp... Comunque meglio un selfie con l'autore che uno col politico di turno... Almeno le parole qui si pensano e si leggono, non si bevono urlate da un palchetto con microfoni ed altoparlanti che fischiano.

Bella la sfilata di piccoli editori, un numero infinito, ed un numero infinito di argomenti e intenzioni da pubblicare. E la domanda che sorge spontanea è se ci sia mercato per tutti. Tra di loro anche Poste Italiane, Esercito, Marina, Musei Vaticani e lui, l'INPS, un enorme stand angolare da cui si poteva accedere a numerosi servizi telematici. E neppure un libello pubblicato, tanto per restare in tema Salone. Anche solo di istruzioni per la richiesta della pensione di reversibilità .
Tra i piccoli editori anche chi fa proseliti tra aspiranti autori: la mia diffidenza monta come la panna nel latte a bollore anche se c'è chi non sembra volerti chiedere soldi.

Ho passeggiato qualche ora prima di accorgermi che mancava qualcosa: questo enorme spazio di libri non profuma affatto di libri. Chi si aspettasse un odore di biblioteca o di libreria metropolitana resta deluso. Spazzi troppo ampi disperdono il tipico sentore di carta ed inchiostro ed in alcuni punti, il pestilenziale odore di cibo, si mangia anche qua una notevole quantità di junk food, ha reso alcuni stand impraticabili: sembrava di stare in una friggitoria. Ma ne valeva comunque la pena tornare appestato in hotel.

Ho saltato a piè pari gli stand cinese e romeno, non me ne vogliano. Poi, uscito fuori, esaltato dalla quantità di libri che ho potuto vedere, toccare, immaginare, chi ti trovo? La tenerezza infinita del gazebo dei Testimoni di Geova. Che con le loro pubblicazioni non potevano stare dentro? Editori cattolici dai sorrisi smaglianti che regalano segnalibro stampati con pesci e ne avevo incontrati. Loro no. Loro fuori a distribuire varie traduzioni della Torre di Guardia. E sorrisi imbonitori.
Non so se più effetto "La volpe e l'uva", o più "Vi aspetto fuori".


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sabato 13 aprile 2019

B. N.




La tensione, la gioia di aver scoperto un buco nero, di poter confermare visivamente quanto gli astrofisici sapeva no da anni, espresso in teorie e calcoli, ma mai fotografato, imperversa su tutte le copertine dei quotidiani. Ci hanno mostrato l'evento scientifico del secolo e ci hanno detto: "Guardate! Avevamo ragione noi!". Bravi. 


Così nella biblioteca di Cagliari, me ne sto ad ammirare quella che già definiscono la foto del secolo e che sembra la foto di una gastroscopia fuori fuoco, e mi interrogo per scoprirmi ignorante più che mai. Ma cos'è davvero un buco nero? Giro le pagine e solo alcuni giornalisti perdono tempo a spiegarmi che più che di un buco si tratta di un pieno. Di un riscontro d'aria Cosmica, un vortice che gira antiorario provocato da una stella morta e pesantissima, così pesante da avere una gravità personale e potentissima da attrarre tutto, anche la luce e curvare il tempo. Ecco: io qui mi son già perso. Che vuol dire curvare il tempo? Una cosa tipo RITORNO AL FUTURO? Oppure la possibilità di non arrivare mai in ritardo? Manca poco ad un appuntamento col dentista che ha lo studio dall'altra parte della città? Bene, infili il buco nero ed arrivi prima di essere partito. Un po' come il Concorde tra Parigi e New York che, grazie alla velocità ed ai fusi orari, atterrava un paio d'ore prima di quando era partito: esso curvava il tempo. Era il Buco Nero tra gli aerei. 


Questa nuova consapevolezza di avere una conoscenza in più, una conoscenza importante, rilevante, non ha però cambiato il nostro modo di vivere. Le cazzate che facciamo adesso sono più o meno le stesse di prima. Per esempio continuiamo a fermarci sul marciapiede, immobili come pilastri di cemento armato, solo dove ci sono strettoie, inciampi alla libera circolazione dei pedoni, siano essi panettoni anti parcheggio, biciclette appoggiate ai lampioni a prendere spazio, vasi d'arredo che restringono il marciapiede a metà. La strettoia ci dà sicurezza. La ragazza che si siede sul muretto a fumare lo fa fronte lampione. Il signore che scrive il messaggio lo fa tra la sua auto parcheggiata e il muro del palazzo. Non hai scampo: devi chiedere permesso. 


Io intanto invecchio e mi accontento di sapere poco dei buchi neri e qualcosa di più della mia ansia 🥺. Adesso so che passa. Forse non passa l'ansia ma prima o poi arriva e passa l'evento che me l'ha provocata. 

E che il nuovo imbuto cosmico scoperto non ci inghiottirà a breve. Troppo lontano per interessarsi al mio pianeta. Potrò invecchiare e morire serenamente su una terra devastata dall'uomo ma non da forze interstellari. 

Consapevolezza non da poco. Sarà sintomo di maturità o di vecchiaia? Mentre ci penso invecchio tranquillo. 


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