giovedì 25 luglio 2019

PANNA E CIOCCOLATO, E SE C’È ANCHE IL PISTACCHIO


Fotomiafattadame



Ero riuscito a farla salire per la prima volta su un aereo quando i suoi 80 anni erano passati da pochi mesi. Come fu e come non fu, quell’estate io e la nonna Rosa saremmo andati a trovare mia sorella in Canadà (l’accento è voluto, non c’è finito per caso!). Fatto sta che dopo settimane di interlocutorio silenzio/assenso con il quale aveva seguito le operazioni di prenotazione ed acquisto dei biglietti, una mattina all’alba qualcuno ci scaricò da un auto davanti alle porte scorrevoli dell’aeroporto di Fiumicino, area partenze, in mano due biglietti andata e ritorno, per Toronto, via Amsterdam.

La nonna Rosa si chiamava in realtà Giovanna, ma questo solo per l’anagrafe e la carta d’identità. Per il resto del mondo era la Rosa, nome che le fu dato alla nascita perché era bianca e rosea come il fiore del mese della Madonna. Giovanna fu dichiarato al Comune ma finì immediatamente nel dimenticatoio. Per tutto il resto della vita che le fu consentito vivere oltre il marito, e fu la maggior parte, il suo colore fu il nero severo del lutto e della rigida moralità. Nero l’abito che si era fatta cucire per quando sarebbe morta, nere le spolverine che indossava al lavoro in negozio. Affrontò quel primo ed unico volo della sua intera vita con il fatalismo degli anziani, senza gioia apparente, ma anche senza fastidio, certa che se l’aereo si fosse schiantato, lei di sicuro sarebbe finita nel regno dei giusti: quindi che andasse come volesse andare, lei era sistemata anche nell’aldilà; il problema era degli altri. Immagino che si fosse preparata alla mesta eventualità con qualche versamento straordinario alle opere pie che da sempre finanziava con versamenti risicati, o con qualche candela extra accesa nella chiesetta che, da più o nemo un millennio, staziona davanti a casa. Di certo non dormì né all’andata, né al ritorno e rimandò il meritato riposo una volta arrivata a casa.
“Come quando andavo in gita in torpedone con Padre Ernesto”. E così fece, apparentemente immune alla stanchezza, mentre io brancolavo per casa rincoglionito, in cerca del mio fuso orario.
In cambio del pagamento di tutte le spese di viaggio, che si accollò non di malavoglia, ma diciamo con riserbo, ottenne da me la garanzia che se fosse vissuta un altro anno avrei ricambiato la sua magnanimità andando con lei in crociera, anche non lunga, andava bene anche nel Mediterraneo, perché la crociera che era il vero sogno della sua vita, da quando il torpedone di padre Ernesto era stato traghettato in Corsica. Altro che l’aereo e l’America! La nave era “il mezzo di trasporto”! Immagino che dal momento del nostro ritorno abbia lottato con ogni sua fibra per ottenere da me il pagamento di quel pegno, 365 giorni dopo, che abbia sfidato la senescenza con determinazione, e durante la cena col Comandante la sua soddisfazione raggiunse l’acme.

Arrivò in Canadà con la naturalezza e la dignità che l’aveva sempre sostenuta, forse solo un po’ impacciata dal bastone che le era ormai diventato indispensabile. Attraversò i controlli di frontiera, abbracciò i parenti, salì nell’enorme auto di questi e si lasciò trasportare fino alla loro casa, dove sedette composta fino all’ora di cena. Dopo un pasto frugale si coricò presto per smaltire il fuso orario.
Mentre lei faceva tutto questo, io crollavo fisicamente sotto il peso dei miei pochi anni. De Vas Ta To!


La mattina dopo il nostro arrivo cominciò la visita della metropoli.
Forte della mia precedente esperienza di vita vissuta proprio lì i parenti mi avevano affidato una macchina per scorrazzare la Vecchia e farle visitare la città: un 6000cc di cilindrata, scattante come un Lama in meditazione ma fornita di tutti i confort. La città, a dirla tutta, all’epoca non ci voleva tanto tempo per visitarla, ma comunque offriva spunti interessanti. Nel mio programma c’erano la visita alla Torre CN, allora l’edificio più alto del mondo, magari un traghetto per le isole nella baia, un tour senza tema per la città per ammirare le strade di Little Italy e China Town e qualche centro commerciale di dimensioni ragguardevoli, in un tempo in cui i centri commerciali in Italia non si sapeva quasi che cosa fossero. Oltre a queste cose avevo inserito nel programma un’immancabile vista di un giorno alle cascate del Niagara e un paio di brevissime escursioni a piedi nei grandi parchi che inverdiscono e rinfrescano la città, perché li sapevo pieni di aiuole fiorite, ed alla Vecchia i fiori piacevano tantissimo: memore del suo nome posticcio aveva collezioni di vasi interrati e fioriti che curava personalmente con caparbietà. Si poteva andare in visita in un paese famoso nel mondo per gli spazi infiniti, le foreste, i colori autunnali, senza vedere almeno il manto erboso di un prato cittadino? Scoprì che si poteva fare, ah se lo si poteva fare!

Perché mentre nei miei programmi il giardino era inserito, in quelli di mia nonna era stato depennato dopo la visione pomeridiana di un documentario televisivo in cui si mostrava voyeuristicamente l’affollato accoppiamento del serpente giarrettiera, bestiaccia autoctona che ama formare mucchi infiniti di serpenti maschi, aggrovigliati l’uno sull’altro, impegnati nell’intento di fecondare  l'unica femmina che se ne sta tranquilla, in attesa, al centro del gruppo. Forse solo un po’ schiacciata. Si trattava di immagini impressionati, di fossati riempiti da queste masse verminanti e, perdonatemi, abbastanza schifose in cui si dimostra che la necessità di riprodursi è un motore irresistibile nella vita di ogni essere vivente. Ma la loro imponenza numerica avevano fatto depennare escludere a mia nonna la possibilità di qualsiasi escursione su un manto tenero, peloso e fiorito che non fosse di moquette. E non si pensi che il rifiuto fosse dovuto unicamente per la questione di tutto quel sesso praticato all’aperto, che già di per sé ne avrebbe giustificato un allontanamento da lei, così estranea all’argomento, ma metti che in quel momento la massa si fosse sciolta e tutte quelle bisce innocue si trovassero disoccupate e a zozzo?

Con cosa sostituire allora quella visita che nei miei piani doveva occupare almeno un giorno intero? Optai per l’ennesima visita ad un centro commerciale con aria condizionata e panchine dove parcheggiarla in caso di stanchezza.
Fu così che la portai a passeggiare nei chilometri di viali coperti chiamati Yorkdale, poco a sud della casa di mia sorella e del marito, dove passammo il primo di tutti gli altri pomeriggi a disposizione. Durante la prima escursione tra le vetrine che le ispiravano sovrana indifferenza, ci sedemmo su una panchina piazzata all’ingresso ad angolo di una gelateria: si chiamava, e credo si chiami ancora “Robin’s 31 basket”. Un franchising. Il numero dei basket(s), credo stesse ad indicare il numero dei gusti disponibili nel bancone dei golosi. Un numero fantasmagorico di sapori per noi abituati al Mottarello, al cornetto Algida, alla Coppa del Nonno e a non molto di più. Noi che consideravamo esotico il gusto yogurt e che comunque la panna all’interno del cono non si immaginava neppure si potesse mettere.
La nonna non si lasciò scomporre dall’abbondanza, che in cuor suo ha sempre giudicato superflua. Domandò se avevano panna e cioccolato, tirò fuori il borsellino (i soldi li teneva lei, nessuna concessione neppure alla valuta straniera), mi dette un qualche foglio in dollari e mi disse: “Per me panna e cioccolato”, punto. “E se c’è anche il pistacchio”, punto.

Eseguì un ordine che non ammetteva appelli, di quelli che solo lei era capace ad impartire e che io da piccolo pensavo arrivassero non dalla sua bocca, ma dalla mitica acconciatura a crocchia che portò fino a che le infermiere che l’accudivano, non decisero di tagliargliela per far spazio ad un’acconciatura più pratica. Quando le fu tagliata quella, ci rendemmo conto che era irrimediabilmente finita un’epoca e che quella donna minuta, un po’ storta dagli anni, che ci stava davanti con uno strano caschetto sale e pepe, come Sansone coi capelli aveva perso l’autorità di comandare tutto e tutti. Non ci spaventava più.

Le portai il gelato che aveva richiesto, più uno per me e restammo a mangiarlo sulla panchina. Il pistacchio non c’era, quindi ebbe panna e cioccolato. Li mangiò nel silenzio tipico di chi gode di delizie che di rado si concede. Volle assaporare fino all’ultima sfumatura di gusto. Sgranocchiò soddisfatta anche il cono, mentre io mi rendevo conto che non avevo mangiato niente di più artificiale, insapore ed inutilmente dolce.
Lei invece lo definì buono, mentre si asciugava la bocca con il fazzolettino di stoffa che teneva sempre infilato nella manica sinistra del cardigan, giacca che la proteggeva dall’arroganza dell’aria condizionata.
 “Prendimene un altro. Uguale, ma stavolta in coppetta”. Punto.
Mi feci riconsegnare i soldi e ripartì all’attacco del bancone: il cono non doveva esserle piaciuto.
Che fosse golosa lo si sospettava già da tempo, ma non se ne erano mai potute raccogliere le prove: per anni si era mostrata come una donna in grado di affrontare a testa alta le più ardue rinunce alimentari, a causa di malattie più o meno gravi, più o meno reali, sempre sopportate con l’aiuto del medico, e mettendo in atto una strenua rinuncia al lusso alimentare, cibando il povero corpo con minestrine cotte in acqua e zucchine, carni tritate cotte nell’olio, di proverbiale tristezza. Per anni la stessa dieta: pranzo e cena. Senza variazioni e concessioni alla gola. 
Ma del resto il personaggio che incarnava non si discostava molto da quello che finiva sul suo piatto: vigorosa donna d’altri tempi, due guerre mondiali viste passare lungo il corso della sua lunga vita, pochi abiti e gioielli di uno stile che potesse sconfiggere la vanità delle mode, aveva fatto della ferrea determinazione a far soldi e a vivere secondo i canoni di una rispettabilità inattaccabile, il baluardo a cui aggrapparsi senza nessun tentennamento. La regola monastica cercò di imporla con alterne fortune anche al resto della famiglia di cui era riconosciuta il Capo anche dall’ufficio anagrafe. 

Quali sconquassi questa gestione aveva portato nel nostro vivere di ogni giorno, quali contraddizioni, quali conflitti vivevamo confrontandoci col mondo che cambiava intorno a noi, potrei passare dei mesi ad elencarli. Non lasciò mai passare neppure un filo di luce di modernità. Modernità fonte per lei, di tutti gli abbrutimenti morali e materiali del mondo che la circondava. Ma a quanto vedevo in quel centro commerciale una breccia al piacere si stava scavando; le mura non erano più salde come un tempo. La crepa concessa al piacere del palato, annunciava un crollo? Ero venuto in possesso della madre di tutte le rivelazione e non vedevo l’ora di spargerla in giro. Il gelato era la chiave!

E poi non c’è molto altro da aggiungere. Per quello che restò del breve periodo che ci vide in Nord America, passammo i pomeriggi a cercare un gelato da leccare, mentre il mondo che continuava a vivere normalmente ci trovava lì in mezzo ai piedi, con la nostra coppetta in mano in una mall. Nessun altro luogo divenne interessante agli occhi della donna che aveva visto passare otto Papi (3 Pio, 1 Benedetto, 1 Giovanni, 1 Paolo e 2 Giovanni Paolo) e tutti i presidenti repubblicani, se non la gelateria con quel mitico nome di abbondanza di cui osava solo due gusti, massimo tre.

 Io spesi gongolante il mio bottino di delazione non appena rimisi piede in Italia, come un Massone nella congrega. A goderne fu anche la Vecchia che si trovò, in maniera del tutto involontaria, ad essere descritta più umana, e che da quel giorno vide misteriosamente transitare nel frigo barattoli di gelato, che non respinse più come simboli di inutile lusso e spreco. La breccia non era stata richiusa!
Quello che non poté cambiare la lunga malattia che seguì quei due viaggi lo fece il gelato, pappa reale dell’ape regina che regnava su di noi. Da allora è per sempre restai in debito col Canadà, il paese con l’accento. E con la nonna.

sabato 18 maggio 2019

LE OPINIONI DELLA ZIA






Le opinioni ce le portiamo dietro come un bagaglio personale di cui difficilmente vogliamo disfarci. Sono parte del nostro bagaglio, del nostro essere uomini e donne, le formiamo attraverso l'educazione, il vissuto, l'ambiente circostante e, una volta formate, si istallano in noi ad incastro con gli altri pezzi del nostro pensare, come un mattoncino Lego nella facciata della casetta che stiamo costruendo. E purtroppo, pur essendo nostra personale certezza, spesso non sono la verità. Proprio perché spesso le opinioni non si basano su approfondimenti e ricerche, ma su dati parziali. E allora la pancia la fa da padrona.

Però già il fatto che ognuno abbia le proprie, garantisce pluralismo di idee. A volte sbagliate ma comunque idee.

Allora c'è chi reputa che il rosso sia migliore del nero, chi la Juve meglio del Milan, chi preferisce i gatti ai cani, chi la montagna al mare, le capitali alle colline spopolate. Chi preferisce prendersi cura degli anziani evitando che cappottino col deambulatore, piuttosto che assicurarsi che i giovani non si ammazzino in discoteca.
Opinioni e quindi preferenze.

Anche di fronte ai fatti della vita si vedono le cose in prospettiva diversa a seconda di quanto si sia coinvolti nei fatti che ci accadono attorno, ed in quale modo.
Per esempio la casa di riposo dove vive la zia del mio amico ha fatto le condoglianze ai parenti di una ricoverata deceduta durante la notte: questi, tristi per la perdita, si apprestavano a compiere tutti i tristi doveri dati dalle necessità del momento.
Essendo la deceduta a una signora che durante la notte si lamentava in maniera pesante ed a volume alto, così alto da impedire il riposo degli altri degenti a partire dalle 4 del mattino, l'opinione della zia è stata invece scevra da qualunque considerazione sentimentali: "Almeno adesso di dorme!".

Perché nell'opinione della zia quella signora era una mera rompi balle.


Inviato da iPhone di G P

giovedì 16 maggio 2019

SALONE





Se escludo i magnifici scorci di Torino goduti in questi due giorni passati nella prima Capitale del Regno, la sempre bella frequentazione di amici che, generosamente, riescono sempre a trovare tempo da dedicarmi, il bottino del Salone del Libro è quasi omeopatico: un audiolibro.
Delle migliori edizioni di audiolibro che conosco, ma un audiolibro. Ah, vorrei aggiungere: delle edizioni in formato grande, convenzionale, non in quelle piccole, nuove, formato CD riservate dalla casa editrice ai titoli di maggior successo e vendute a prezzi più bassi.

Soddisfatto di non aver appesantito il bagaglio che dovrà tirarmi dietro per altri tre giorni, sono a Torino per lavoro, e deluso per non aver visto nulla che mi portasse alla frenesia dell'acquisto. A parte l'audio libro letto dalla magistrale Cortellesi. Credo sia colpa del corso intensivo e ripetitivo della nipponica Mari Kondo se ho resistito con facilità  alle rare tentazioni.

Non ho acquistato ma il Salone mi è piaciuto. Un po' come andare in pasticceria ed essere a dieta. Tanta gente, tanti giovani alla faccia di quelli che dicono che loro non leggono. Sono loro più degli adulti che si intestardiscono a leggere la carta stampata e fanno, diligenti, la coda per farsi autografare il libro dei vampiri o dei draghi dall'autore/autrice. Il tutto finisce con un selfie rubato da chi ha ricevuto dedica ed autografo, a chi ha firmato perché, va bene la firma sulla terza di copertina, ma vuoi mettere una foto testimonianza da pubblicare sui social? Fosse solo lo stato di Whatsapp... Comunque meglio un selfie con l'autore che uno col politico di turno... Almeno le parole qui si pensano e si leggono, non si bevono urlate da un palchetto con microfoni ed altoparlanti che fischiano.

Bella la sfilata di piccoli editori, un numero infinito, ed un numero infinito di argomenti e intenzioni da pubblicare. E la domanda che sorge spontanea è se ci sia mercato per tutti. Tra di loro anche Poste Italiane, Esercito, Marina, Musei Vaticani e lui, l'INPS, un enorme stand angolare da cui si poteva accedere a numerosi servizi telematici. E neppure un libello pubblicato, tanto per restare in tema Salone. Anche solo di istruzioni per la richiesta della pensione di reversibilità .
Tra i piccoli editori anche chi fa proseliti tra aspiranti autori: la mia diffidenza monta come la panna nel latte a bollore anche se c'è chi non sembra volerti chiedere soldi.

Ho passeggiato qualche ora prima di accorgermi che mancava qualcosa: questo enorme spazio di libri non profuma affatto di libri. Chi si aspettasse un odore di biblioteca o di libreria metropolitana resta deluso. Spazzi troppo ampi disperdono il tipico sentore di carta ed inchiostro ed in alcuni punti, il pestilenziale odore di cibo, si mangia anche qua una notevole quantità di junk food, ha reso alcuni stand impraticabili: sembrava di stare in una friggitoria. Ma ne valeva comunque la pena tornare appestato in hotel.

Ho saltato a piè pari gli stand cinese e romeno, non me ne vogliano. Poi, uscito fuori, esaltato dalla quantità di libri che ho potuto vedere, toccare, immaginare, chi ti trovo? La tenerezza infinita del gazebo dei Testimoni di Geova. Che con le loro pubblicazioni non potevano stare dentro? Editori cattolici dai sorrisi smaglianti che regalano segnalibro stampati con pesci e ne avevo incontrati. Loro no. Loro fuori a distribuire varie traduzioni della Torre di Guardia. E sorrisi imbonitori.
Non so se più effetto "La volpe e l'uva", o più "Vi aspetto fuori".


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sabato 13 aprile 2019

B. N.




La tensione, la gioia di aver scoperto un buco nero, di poter confermare visivamente quanto gli astrofisici sapeva no da anni, espresso in teorie e calcoli, ma mai fotografato, imperversa su tutte le copertine dei quotidiani. Ci hanno mostrato l'evento scientifico del secolo e ci hanno detto: "Guardate! Avevamo ragione noi!". Bravi. 


Così nella biblioteca di Cagliari, me ne sto ad ammirare quella che già definiscono la foto del secolo e che sembra la foto di una gastroscopia fuori fuoco, e mi interrogo per scoprirmi ignorante più che mai. Ma cos'è davvero un buco nero? Giro le pagine e solo alcuni giornalisti perdono tempo a spiegarmi che più che di un buco si tratta di un pieno. Di un riscontro d'aria Cosmica, un vortice che gira antiorario provocato da una stella morta e pesantissima, così pesante da avere una gravità personale e potentissima da attrarre tutto, anche la luce e curvare il tempo. Ecco: io qui mi son già perso. Che vuol dire curvare il tempo? Una cosa tipo RITORNO AL FUTURO? Oppure la possibilità di non arrivare mai in ritardo? Manca poco ad un appuntamento col dentista che ha lo studio dall'altra parte della città? Bene, infili il buco nero ed arrivi prima di essere partito. Un po' come il Concorde tra Parigi e New York che, grazie alla velocità ed ai fusi orari, atterrava un paio d'ore prima di quando era partito: esso curvava il tempo. Era il Buco Nero tra gli aerei. 


Questa nuova consapevolezza di avere una conoscenza in più, una conoscenza importante, rilevante, non ha però cambiato il nostro modo di vivere. Le cazzate che facciamo adesso sono più o meno le stesse di prima. Per esempio continuiamo a fermarci sul marciapiede, immobili come pilastri di cemento armato, solo dove ci sono strettoie, inciampi alla libera circolazione dei pedoni, siano essi panettoni anti parcheggio, biciclette appoggiate ai lampioni a prendere spazio, vasi d'arredo che restringono il marciapiede a metà. La strettoia ci dà sicurezza. La ragazza che si siede sul muretto a fumare lo fa fronte lampione. Il signore che scrive il messaggio lo fa tra la sua auto parcheggiata e il muro del palazzo. Non hai scampo: devi chiedere permesso. 


Io intanto invecchio e mi accontento di sapere poco dei buchi neri e qualcosa di più della mia ansia 🥺. Adesso so che passa. Forse non passa l'ansia ma prima o poi arriva e passa l'evento che me l'ha provocata. 

E che il nuovo imbuto cosmico scoperto non ci inghiottirà a breve. Troppo lontano per interessarsi al mio pianeta. Potrò invecchiare e morire serenamente su una terra devastata dall'uomo ma non da forze interstellari. 

Consapevolezza non da poco. Sarà sintomo di maturità o di vecchiaia? Mentre ci penso invecchio tranquillo. 


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venerdì 29 marzo 2019

DEGUSTATORE INCOMPETENTE


fotomiafattadame

Prometto: non ne sono competente ma la pizza 🍕 mi piace: bassa, altra, secca, molle e a spicchi, col bordo alto o piatta come il tavoliere delle Puglie mi piace tutta. Basta non sia quella porcheria pallida per turisti che giace in agonia su teglie circolari nelle vetrine di sedicenti pizzaioli. Quella no! La mia preferita? Salamino 🌶 piccante. Poi è arrivato il reflusso gastrico-esofageo a costringermi a sperimentare altro. Sorprendentemente ne sono restato incantato: il gusto non aggressivo degli altri ingredienti mi ha costretto a constatare che pizza poteva voler dire parecchie cose e molte ottime. Poi è arrivato quel genio di mio cugino che col figlio è uno dei migliori pizzaioli d'Italia (non lo dico io ma gli esperti) a farmi capire le enormi differenze tra qualità e miseria.

Perché in fondo la pizza sembra una cosa semplice e forse, di base, lo è.
Il complicato non credo sia la copertura sulla pasta: lì basta agire con intelligenza e esperienza e poi i tuoi gusti, le tue specialità te le trovi. Che sia pecorino o pere, che sia speck o bresaola, che sia aggiunto a freddo o caldo, ci studi e sperimenti, fai una cernita della qualità del prodotti, cerchi il cotechino insaccato nel budello di stambecco (a proposito una pizza al cotechino la fa nessuno?), il pomodoro igp piuttosto che la passata del discount, né misuri quantità a contrasto o in accoppiata con gli altri ingredienti, e se sei bravo e fantasioso, ed hai le papille addestrate al buono, allora immagino che tu ce la possa fare. Ditemi se sbaglio.

Il dramma è l'impasto di farina 🌾.
Lì cascano gli asini.
Lì si capisce che cosa hai sul piatto. Le farine, ricercate, nuove o antiche, le infinite combinazioni di una con l'altra, le acque usate per impastare, le paste lievitanti, le ore lievitate, il massaggio olistico durante la lievitaIone, la musica classica ad emettere vibrazioni benevole, questo fa la differenza tra la pizza da asporto che poi passi la notte a bere a canna davanti alla porta del frigorifero aperta come un cammello 🐫 mongolo, quella che quando sei costretto ad alzarti la terza volta di seguito realizzi di aver pestato una merda, e quella di superba qualità che ti fa mugolare di piacere.

Cosa diversa sono invece quelle che prima di mangiartele devi studiare come per sostenere l'esame di maturità. E se non rispondi esatto ti mandano a cena da Mc Donald. Il testo di studio si acquatta generalmente dietro l'aspetto di una banale tovaglietta di carta e si rivela in tutta la sua difficoltà nello scorrere le infinite righe di descrizione, paragone ed esaltazione del prodotto che andrai a degustare. Che alla fine mi crea un'ansia...

Ieri sera in una superba pizzeria di Catania (superba nell'accezione positiva) ho avuto di che leggere per mezz'ora, tanto che per non perdere delle righe che avevano l'aria di essere importanti, ho pure dovuto far scivolare il piatto sul nudo tavolo. Potevo esercitare il sacro diritto del lettore riconosciuto da Pennac e mandare a stendere il testo pomposo. Invece, da bravo perfettino, ho letto tutto, compulsivamente fino in fondo. Che palle. Scusate ma davvero che enormi palle! Me li ha fatti quasi diventare antipatici i bravissimi creatori della creatura che stavo addentando. Li ho trovati prolissi è un po' troppo pieni di sé.
Se è pur vero che bisogna avere coscienza delle proprie qualità, forse è meglio che siamo gli altri a dirci quanto siamo bravi. È meno irritante e più elegante.

Tutto il rispetto per chi lavora e soprattutto per chi lavora bene e con passione. La riconoscenza che gli deve il mio stomaco e le mie papille gustative tutte, è infinita. Mentre non si risparmiano fanno anche del bene a me. Lo riconosco e lo so.
Ma vi prego: basta una descrizione garbata di quanto andrò a degustare, non un capitolo di Cent'anni di Solitudine con tutta la genia di Macondo. Perché sono lì per gustarmela la pizza 🍕, non per portarla ad analizzare al R.O.S. ed uscire non ignorante è sufficiente, istruito non è necessario.
Grazie.


Inviato da iPhone di G P