martedì 17 novembre 2015

GAND (GENT)



fotomiafattadame


Buongiorno, qui Bruxelles. 
Doveva essere una giornata grigia, ventosa, piovosa invece esco in strada e quasi fa troppo caldo col piumino. E non ho le caldane. Allora, per prendere un po' di sano freddo fiammingo, un po' di quel vento gelido che non sai se sia solo freddo o anche un po' umido, qualche goccia di pioggia sparata qua e là, prendo il treno e vado a Gand. 

Ho già provato ad arrivare qui. Presi un volo all'inizio dell'anno ma il mio aereo fu dirottato ad Amsterdam per nebbia e quindi finì per girare in Olanda con in mano la guida del Belgio e Lussemburgo...
Vidi per la prima volta il bellissimo ed appena restaurato Rijks Museum e la sera, stanco ma felice, sempre con la guida del Belgio in mano, riguadagnai Milano certo che la giornata non fosse andata sprecata. 
Ma a Gand dovevo arrivare. 

Della città che si rivela deliziosamente costruita, deliziosamente sciatta e deliziosamente vivace non m'interessa granché: il mio obiettivo è un altro. DEVO VEDERE QUELLA TAVOLA. 

Così appena sceso dal treno - manco a dirlo delle due stazioni cittadine ho scelto la più lontana dal centro città... - mi metto in marcia e dopo un paio di chilometri, percorrendo i quali ignoro volutamente ogni scorcio che possa rallentarmi, giungo alla Cattedrale di San Bavone; nessun commento sul nome, please.

Soli quattro euro mi separano da uno dei più bei dipinti mai visti, da una delle più belle, particolareggiate, colorate, complesse rappresentazioni del divino che abbia mai visto. È il 1432,  la città è potente e fiorente ed il borgomastro ordina un'opera di devozione a nome suo e della sua sposa; finiranno ritratti sul retro dei pannelli laterali che, mobili, chiudono il polittico e da chiusi ne diventano il davanti ed i protagonisti. Che tutti ricordino!
Chi chiamano a dipingere l'opera? Un paio di Van Eyck: Jan ed Hubert. Così, i primi che passano. 

Se non conoscete il "Polittico dell'Agnello Divino" date un occhio in internet o al film "The Monuments Men". Ne vale la pena. Vale il viaggio. È enorme, emozionante, ti trascina in un mondo così speciale e leggiadro dove anche i martiri, castamente divisi in gruppi di martiri maschi e martiri femmine, sembrano felici e rigogliosi, dimentichi delle pene inflitte e sbandierano le loro palme che pare una parata. 
Anche gli eremiti son gagliardi, e gli ebrei, i dottori della Chiesa, i soldati della Fede. 
In due parole: è bellissimo. A meno che non piaccia solo l'astrattismo non c'è verso di essere smentiti. 
L'opera ha così tanto da mostrare che resto dentro la cappella per più di venti minuti: ogni volto un ritratto, ogni gesto un modo umano.  Un censimento sterminato di persone vi aspetta dietro i vetri della teca. 
Poi, soddisfatto, esco a vedere la chiesa che trovo davvero bella. 

All'interno della Cattedrale è proibito a tutti fotografare tranne agli italiani, che consci di essere esonerati non si preoccupano neppure di togliere il rumore dello scatto dalle loro complesse apparecchiature. Non so con quali altre culture condividiamo l'idea che le regole le debbano rispettare solo gli altri, ma è certo che per molti di noi è così. 

Fuori la città si districa su canali importanti. Le facciate delle case sono rigogliose di dettagli. Il suo passato di polo tessile di importanza continentale si evince dalla ricchezza delle costruzioni. Passeggio quindi ammirato e piacevolmente sorpreso di scoprire che "il contenitore" è quasi bello quanto "il contenuto". 
La città, per fare un facile esempio, è una specie di Bruges più grande e più viva. Una città vera, non così "perfettina" ed a volte un po' parco giochi come la collega dei merletti e della "Madonna Con Bambino" di Michelangelo, vedi solito film. La si vive con meno circospezione e si può immaginare addirittura di vivere e lavorare qui. È piena di gente, di giovani, di bici e di tram che, alla faccia dei fiorentini che han fatto una guerra spietata alla loro tranvia, passano a fianco di tutti i monumenti della città. 

Rientro a Bruxelles dopo aver fatto un ultimo giro nel Begijnhof, deliziosamente restaurato in bianco, nero e rosso. Credo di aver visto parecchio, anche se la guida che ha impropriamente viaggiato in Olanda, ha delle piantine cittadine da denuncia: anche un calligrafo cieco riuscirebbe a rendere meglio la planimetria. Non faccio una foto per carità cristiana, ma per capire che quei segni erano delle piazze ci son dovuto cadere dentro. 

Bon voyage. 




Inviato da iPhone di Giampiero Pancini

lunedì 16 novembre 2015

UN POPOLO FIERO



Il mondo è una lente personale, un'ottica fotografica attraverso la quale visualizziamo le nostre emozioni e, se siamo abbastanza svegli, attraverso esse riusciamo a percepire almeno i nostri personali contorni. Fatti, avvenimenti eclatanti, tragedie sono gli spunti per mettere a fuoco chi siamo. O forse soltanto cosa proviamo. 


Degli attentati di Parigi tutti abbiamo colto la ferocia, la determinazione ad uccidere. Ma ognuno visualizza questa malvagità attraverso un fotogramma pubblico che diventa privato e resta incastonato a ricordare l'evento, forse, per sempre. Il massacro. 


Per quanto mi riguarda questo momento sarà rivissuto per sempre attraverso l'immagine sgranata della ragazza e del ragazzo appesi al di fuori delle finestre del teatro Bataclan, lei con i piedi infilati nelle grate della finestra sottostante, lui appeso e basta, come un animale pronto al macello. Una fuga disperata verso il fuori, lì dove anche una parete esterna è FUORI.

Il simbolo della disperazione di quei momenti per me è e resterà questo. Non importa per quanto ancora le immagini ci bombarderanno e forniranno altri spunti. 


Si contano i morti e si piangono. Si celebrano i loro nomi mentre le ferite dei corpi risarciscono. Si parla o si sceglie di stare zitti per non prendere nessuna posizione tranne quella del cordoglio. Per non alimentare l'una o l'altra delle fazioni del: "te l'avevo detto". Perché parlare è rischioso, parlare può suggerire al cervello muove immagini che allenterebbero il ricordo. 


Se un paradiso esiste è lì che si trovano i morti, e potrebbe avere l'aspetto di questa giornata di sole sul mare di Alghero. 

Questo è il mio augurio per i morti di quel Popolo fiero che si fa unione, Nazione, si fa coraggio ad uscire da uno stadio attaccato cantando l'Inno Nazionale. 

Chapeau. 





Inviato da iPhone di Melinda

giovedì 5 novembre 2015

A-NOSTALGICO



fotomiafattadame


Torino non è propriamente assolata quando vi arrivo dopo un viagio 
durato appena quarantacinque minuti, su un treno super veloce che accorcia ferocemente le distanze ed ha avuto tempi migliori negli arredi. 
È la prima giornata di freddo e cielo grigio dopo le ultime di sole ed aria così cristallina da godersi anche le montagne, le bellissime Alpi, come sipario. 

Passeggio, anzi passeggiamo, alla ricerca di un ristorante ed ora come allora trovo Torino bellissima. Interi palazzi stuccati fanno sì che ci si ricordi che è stata una capitale, forse la più elegante del Regno. Il contrasto col ruvido spessore delle facciate in mattoni resi scuri dall'umido del giorno, non ne sminuisce l'imponenza, anzi li trasforma in fortezze. Le piazze dalle forme sghembe, come gli alberi che le animano, fanno contrasto con quelle meno intime dalle ferree angolature geometriche. Ma la forza di queste prospettive rimanda al comandamento che richiede a chi vuole godere di una grande città, la necessità di alzare gli occhi per scoprirne le strutture, nascoste, invisibili a chi guarda solo a terra. Un contrasto di luoghi, lussi e desolazioni rendono questa impeccabile: perfetta così com'è. 

Troviamo una trattoria dai tratti rivisitati da una modernità senza la spina dorsale della tradizione e, naturalmente, ne usciamo scontenti. Tanto da rifugiarci in un dessert consolatorio in un posto poco lontano. 

Dopo il mio impegno in città proseguo la passeggiata da solo. Potrei infilarmi al Palazzo Reale per scampare al freddo ed all'umido che ricalano di sera. Non lo faccio e continuo a passeggiare in questa città che amo, è indubbio, ma che finalmente mi risulta a-nostalgica. La necessaria fatica di estraniarsi ad un posto in cui non si vive più e in cui non si vivrà di nuovo è finalmente fatta. Il distacco necessario a far sì che io la possa vivere senza affanno, è arrivato. La vita vissuta altrove e che mi fa amare altri posti e ancor di più i miei luoghi, impone di continuare a nutrire rispetto, ammirazione ed affetto per questo posto che è stato fondamentale per me. Ma finalmente metabolizzato il distacco, si placano gli attaccamenti. 

Non potendo pretendere di vivere in più luoghi contemporaneamente tutto questo era dovuto. Un grazie al mio Caronte, ai miei vari Caronte che mi hanno traghettato fino qui. 




Inviato da iPhone di Giampiero Pancini

lunedì 2 novembre 2015

DOPO LA CHIUSURA LA RICERCA



icturraneo.it


Giusto per dare una codina veloce al post precedente. Giusto per imprecare ancora una volta alla memoria della tua libreria preferita che chiude. E per cercare di far pace con quelle che restano aperte e non te ne spieghi il perché.

Perché è particolarmente stimolante - mai aggettivo fu più usato a sproposito - recarsi in libreria per cercare dei libri che si sanno ancora reperibili, non trovarli perché, ti dicono, stampati per la prima volta anni fa. Chiedere se si possono ordinare e sentirsi dire che no, non è possibile recuperarli perché troppo vecchi...

"E la bibbia, rispondo io? Non mi pare sia proprio l'ultimissimo di Camilleri, eppure ne avete un bel po' di edizioni in esposizione".

Evito la rissa ed esco, con in mano un sacchetto con un libro che probabilmente nella mente della libraia rappresenta, per la sua edizione dell'inizio del 2015, una rarità da collezionista: del resto ha dietro di sé ben sedici pubblicazioni nella stessa collana.
E mi domando perché mi ostino: i libri che cercavo li avevo già trovati in internet, sapevo che era possibile averli dal sito bello, confortevole, pratico e facilmente navigabile della casa editrice; perché quindi mi ostino a vestirmi ed uscire a cercare di acquistarli in luoghi reali con persone vere?
Perché son pirla. Sognatore ed idealista, con tendenze al pirla.

Tornato a casa ho aperto il computer, mi sono registrato, ho fatto l'ordine, ho pagato, so già che l'ordine è stato approvato. Forse me li spediranno tra poco. In realtà non lo so perché la casa editrice non funziona come Amazon dove ti comunicano anche se il primo dei volumi è in ritardo perché ha il raffreddore, ma ho speranza che nel giro di pochi giorni il corriere me li consegni.

Molto più facile fare questo che sapere se a bordo di un aereo ho dimenticato gli occhiali da lettura ed un altro volume di poco valore che non trovo più: il numero telefonico dell'azienda che gestisce gli aeroporti, è un muro invalicabile di informazioni "premi il tasto uno per l'italiano, due per il greco-cipriota", info che non calzano mai al caso proprio. Ed il numero di telefono squilla a vuoto. E la mail da spedire pretende una registrazione anche lei: la faccio ma poi anche da registrato non posso accedere nell'immediato al modulo previsto per sapere se son stato pirla a dimenticare gli occhiali o a pensare di ritrovarli...

Per fortuna arriva la sera che tutti gli uffici chiude e pacifica fino al giorno successivo.

Ah, dimenticavo: la spedizione dei quattro volumetti è compresa nel prezzo di listino. Non dico altro.


domenica 25 ottobre 2015

SALDI DI CHIUSURA



fotomiafattadame



Ci son rimasto male. 
Non avrei dovuto perché tutto scorre, cambia, si evolve. Ma ci son rimasto ugualmente male. A vedere le saracinesche della Libreria del Corso chiuse, sovrastate ormai della gigantografia con le facce dei Pooh incartapecorite e inutilmente stirate, zigomate dallo stesso chirurgo, ci son rimasto male. Ed i Pooh non mi son mai piaciuti, neppure ora che si sono sciolti poi riuniti con Riccardo Fogli. 

E quando dico che la libreria è chiusa intendo chiusa per sempre. Closed, svuotata, al buio, già polverosa. 

Eppure avevo seguito, anche questa volta, la medesima tecnica di sempre per arrivare fino lì ed acquistare in una libreria reale, una di quelle che non fosse un "non luogo": avevo sfogliato i cataloghi online di Amazon, Feltrinelli, Mondadori o chi per loro, poi, una volta deciso cosa mi andava di leggere, una volta focalizzati due o tre titoli che potevano servire alla bisogna, sono rientrato nella realtà per passare al contatto tattile, visivo, olfattivo coi volumi selezionati per eleggere il prescelto. 

L'acquisto doveva aver luogo in un posto confortevole e pieno di quella realtà che solo i negozi amati, voluti, curati e sofferti posseggono. 

Non ce l'ho col mondo dei centri commerciali, o coi siti internet che offrono pregi innegabili quali anonimato e maggiore libertà di approccio al prodotto, orari più o meno illimitati. 
Però è innegabile che tra questi ed un qualunque negozio lungo la strada che racchiude come un'osteria la sua perla/bottegaio qualche differenza ci sia. 

Io preferivo quella libreria lì. Era ampia, con un una vetrina d'ingresso che era già quello un luogo di consultazione; poi seguiva un enorme salone ad elle, con varie isole e pareti a scaffale tra le quali vigilavano e consigliavano scarsi addetti. L'illuminazione era buona, l'aria intrisa di odore di stampa, la scelta, il consiglio vastissimo. Non c'erano commessi ossessionati dalla necessità di realizzare la vendita e chi acquistava aveva la calma ed il tempo di chi si avvicina al libro come ad un oggetto degno di rispetto. Eppure gente ce n'era sempre. La cassa aveva una sua piccola coda e niente lasciava pensare che prima o poi... Ed io lì volevo dare ai miei soldi la direzione giusta, scegliendo chi creava un valore reale, occupazione, benessere a persone vere e non a consigli di amministrazione, dal mio denaro. 

Non so perché ho scelto quella libreria rispetto ad altre. Ma ad un certo punto, mentre la città mi si apriva nuovissima davanti, mi è capitato di entrarci e di decidere così. A prima impatto la scelta era stata su un altro negozio molto più vicino a casa, abbandonato in fretta e furia non appena gli ho visto esporre per troppo tempo ed in un'intera vetrina, libri politici che avranno attratto altri ma hanno respinto me. 
Così sono arrivato lì, ma adesso è chiusa ed io mi devo ricreare un altro luogo familiare. 
Perché è di questo che si tratta: di un luogo familiare come una stanza di casa, che improvvisamente ho trovato con la porta sbarrata da una serratura di cui non ho le chiavi. Devo ridisegnare una mappa di un luogo noto. Ho bisogno di una bussola. 

Così ho attraversato la strada, ed il libro che volevo l'ho preso altrove senza neppure guardare troppo per il sottile. 

Affranto, deluso, continuano a non piacermi i Pooh. 
Ed anche un po' irritato per non aver saputo che la grande svendita della libreria in chiusura prevedeva uno sconto del 30%...





Inviato da iPhone

mercoledì 7 ottobre 2015

SALITA AL MONTE



fotomiafattadame- Monte Pellegrino

Ho fatto una cosa che avrei dovuto fare anni addietro, ma fino ad ora la pigrizia non mi ha aiutato a portare a termine il compito.

Invece un po' di giorni fa, arrivato a Palermo, ho tirato fuori le scarpe da camminata che certamente non si trovavano lì per caso, e mi sono incamminato sul Monte Pellegrino fino a raggiungere il santuario dedicato alla Santuzza.

Un bel percorso in salita vertiginosa su un acciottolato scassacaviglie: ma tant'è, questo è il percorso devozionale. Una signora che incontro mentre già io sto scendendo lo percorre scalza e davvero non so quale enorme grazia abbia bisogno di chiedere a Santa Rosalia per sottoporsi a tale tortura: io con gli scarponcelli ce la faccio a malapena. Sarà colpa mia che cammino sempre troppo in fretta anche in salita.

Per i pigri o coloro che non possono camminare così a lungo c'è l'alternativa in quattro ruote su un bell'asfalto liscio e curato.
Asfalto ed acciottolato si incontrano più di una volta ed alla fine si riuniscono davanti alla scalinata della chiesa, tra pullman, baracchini di ricordi di ogni genere - in vendita non c'è solo Santa Rosalia in ogni forma e colore, ma pure mafia, politica e saggezza popolare che invita a farsi i fatti propri - ed infine bar ristoratori. Dove all'arrivo mi compero un bel cornetto classico panna e cioccolata. La ricompensa ci sta tutta.

Quando m'incammino ha appena finito di diluviare. L'aria è incredibilmente fresca e limpida. La terra riarsa dall'estate che ormai è alle spalle ha assorbito diligentemente tutta l'acqua che ha scaricato il cielo.
La prima cosa che mi colpisce è la differenza dei rumori che sento cambiare mano a mano che salgo. Dal traffico indifferentemente caotico che gira intorno alla Fiera del Mediterraneo, si passa al silenzio della passeggiata tra i pini, rotto solo dalle conversazioni di che la camminata la fa in compagnia o dallo sbuffare di chi si allena correndo in salita, dalle cicale che schiamazzano nascoste. Il salto nel silenzio naturale in una delle città più rumorose che conosca è davvero sorprendente. Più salgo e più godo della vista sulla città, scoprendola un'ammasso di costruzioni, una addossata all'altra, con pochissimi punti verdi ad interromperne la continuità.
Ma la posizione è spettacolare. Il mare, l'insenatura, il monte da cui guardo che guarda gli altri monti che chiudono alle spalle la baia. Il degradare dolce e lungo dalle alture nude verso il porto vivace, l'incedere verso terra di un traghetto: tutto diventa un bello spettacolo. C'è un senso d'imponenza, e di maestosità persa col passare degli anni e dei regimi.
Non posso non immaginare una città più piccola, magari più polverosa, dove il verde degli alberi degli agrumi si spingeva al mare e separava le rade case. Se ne coglie ancora qualche debole traccia, la matrice di un passato che certamente non stamperà il futuro. La bellezza di quest'immagine conquista me e deve aver conquistato migliaia di visitatori dei secoli scorsi. Poi sono arrivati i "tempi moderni" ed il capolavoro è stato ristrutturato da un'impresa incapace di coglierne il bello e l'unico.

L'aria profuma di pino, il verde è pieno e non te lo aspetti in questo monte che dal basso appare sassoso ed aspro. Ad un certo punto, molto in alto, una serie di costruzioni rivelano un ovile: cambia l'olfatto, l'udito e la bellezza del luogo. Le pecore, si sa, non ci vanno leggere col territorio...

Mi affaccio spesso verso la città e ne scorgo particolari che mi erano estranei: vedo in lontananza la pista di un'aeroporto che sapevo esserci ma non ero mai riuscito a collocare nella sua geografia. Dall'alto si vede un angolo dell'Isola delle Femmine, staccata dalla metropoli dal monte stesso.

L'ultima parte della camminata si fa tra grandi massi scoperti e pochissimi arbusti. Poi capisco di essere arrivato vicino alla meta dall'aumentare esponenziale dei rifiuti ai margini del sentiero: probabilmente chi ha iniziato il percorso carico di acqua può bere qui gli ultimi sorsi, certo di poter entrare in possesso della preziosa bevanda di lì a breve. La cosa che mi lascia di stucco è che qui si pretenda il miracolo ben prima di arrivare a pregare la Santa e che, forse, si pretenda un miracolo inutile se si spera che la buona Rosalia faccia da spazzina e faccia sparire la sporcizia umana. Basterebbe depositare il vuoto dell'apposito bidone, che prima o poi si troverà. Elementare.
Lo dico così, ma in realtà mi incazzo il giusto a vedere tutta questa incuria legata alla parola "devozione". E non me la prendo con chi non ripulisce, ma con chi sporca e se ne sbatte di quello che lascia dietro di sé. E comprendo come possa essere stato facile trasformare un capolavoro geografico in un cumulo di cemento senza bellezza.

Ma così è ed a quanto pare non c'è rimedio. Salgo la scalinata ed entro nel tempio inserito nella roccia e abbellito da un bel barocco. Sulla destra della scala una signora anziana vende ceri di ogni taglio.
Il soffitto della grotta sembra una pista di automobiline con i canali che convogliano in un fonte l'acqua che vi filtra e che miracolò. Nella grotta furono ritrovate, a centinaia di anni dalla morte, le ossa della Santuzza. Una statua sotto l'altare la raffigura in oro ed in estasi, distesa, con il libro, la rosa ed il teschio. Fu un'eremita. Ex voto ogni dove raffigurano le parti del corpo sanate o risparmiate dalla sventura. C'è un bel silenzio ed io godo anche di quello.

Inizio la discesa a passo brillante. Non sono qui per pregare ma per vedere, per camminare, per godere di questa bellezza.
Ed ho fatto quanto dovevo.

fotomiafattadame


domenica 27 settembre 2015

IO PESSIMISSIMO



clinicaveterinariagaia.com

In attesa di un aereo che mi riporti da Roma a Milano, connetto il mio telefono ad una parete attrezzata per ricarica dei cellulari degli sprovveduti viaggiatori senza batteria di scorta. In pratica un bancone pieno di schermi e di prese/corrente e usb. 

Mentre i pannelli luminosi alle mie spalle scaldano la schiena nel vano tentativo di allontanarmi da qui il più rapidamente possibile e lasciare la presa a qualcun altro, vedo quello attaccato alla presa a sinistra che si fa un selfie, quello ancora più in là che si intrattiene in una conversazione ispanica senza fine. Tema della chiamata: banalità sulla cultura culinaria del bel paese; avete presente "pizza/pasta/mandolino" e niente più? Ecco, sul genere. 

In un istituto medico hanno appena certificato la mia salute fisica: di quella mentale non si sono accertati se non con vaghe domande alle quali ho risposto nella maniera più convincente. Ma esiste un atteggiamento convincente se si vuol dimostrare di essere mentalmente stabili? Alla fine ho messo una firma per certificarne la veridicità delle mie dichiarazioni e del mio sguardo sobrio. 
Certo non mi sono messo a raccontare che sempre più spesso, col passare degli anni, tendo a fissare lo sguardo ed a concentrarmi sulle particolarità fisiche delle persone: potrei passare ore a guardare una ciocca di capelli di un colore particolare, un punto nero sulla schiena di una sconosciuta in chiesa, un'unghia troppo lunga anche mentre non scava un orecchio. Il soggetto delle mie ispezioni mi provoca un'osservazione compulsiva. Mi ci perdo e perdo la cognizione del tempo. Poi mi riprendo e mi do del coglione. 

Ma se nel gabinetto medico avessero avuto bisogno di una qualche cavia da sondare per esplorarne il pensiero debole, oltre al sottoscritto sia chiaro, io qualche nome, indirizzo o mestiere, avrei potuto indicarlo. 

Potrei proporre, ad esempio, accaparratori di amicizie altrui, quelli che marcano indefessi e senza vergogna un territorio che non gli appartiene più. 

Oppure potrei presentare loro il creativo che per vendere vestiti ai bimbi li fotografa tutti in fila, tutti col loro bel piumino colorato, tutti con la medesima testina inclinata a guardare lo schermo del telefonino... La faccia non si vede, ma ho come l'impressione che lo sguardo sia un po' inebetito. Chissà perché?! Il prezzo che vedo sul cartellone spero sia quello del piumino e non del piccino: così piccoli e già cosi rintronati... no grazie, non li comprerei. Capito forzanovisti??????

Non sfigurerebbe neppure quello che ha pensato di mostrare in un altro spot, la madre che spiega al piccino come usare lo smart phone, il che avvalora la tesi che il meraviglioso mondo di Amelie esiste davvero e non è solo un film. 

Chiudo la lista dei papabili al delirio con la nuova miss Italia che pare sia stata eletta dopo aver espresso a cuor leggero una castronata di tali proporzioni da diventar offensiva per la memoria collettiva. Ringrazio i giudici che hanno preferito comunque eleggerla quando avrebbero dovuto farla precipitare in fondo alla classifica delle belle e risalire alla testa di quella delle candidate all'accompagnamento INPS. 
Le altre concorrenti dovevano essere state più brutte di un'emicrania a grappolo per aver perso a paragone di cotanta ugola allegra, ma non mi risulta.  

Convengo con chi difende la reginetta dicendo che le parole siano uscite dalla bocca di una diciottenne spaesata. Ma abbraccio chi si sente offeso perché nello "sparuto" numero di vittime civili della seconda guerra mondiale, più di 33.000.000 se si escludono i civili periti nella guerra sino-giapponese (fonte Wikipedia), ha perso una madre, una nonna, una sorella, zia o amica. O chi come me ha ancora orrore e disgusto per le rappresaglie fascio/naziste di San Polo (Ar), Civitella in Valdichiana (Ar), Sant'Anna di Stazzema (Lu) e le centinaia di altre che non conosco. Vittime che in guerra ci si son trovate senza divisa. 
Confido infine che l'attitudine alla buona memoria che da sempre contraddistingue il Popolo Ebraico non le consenta almeno l'accesso in nessuna Sinagoga. Perché da noi siamo già alla solita pizza e fichi dal giorno dopo.


Passa gente, qualcuno corre tirandosi dietro un bagaglietto a mano su ruote stringendo la carta d'imbarco come un salvifico amuleto, altri, più simili a me, deambulano con lentezza. Più o meno la solita storia di sempre, quello che accade in un giorno normale. 
Tanto a me importa ben poco delle ansie degli altri: io son certificato sano. Cattivo ma sano. 


Inviato da iPhone di Giampiero Pancini